Il Ddl Zan è una «legge che non serve». Parola del costituzionalista Ainis, non certo un sovranista

venerdì 14 Maggio 9:38 - di Chiara Volpi
Ddl Zan Ainis

È ormai innegabile che sul Ddl Zan la confusione regna sovrana. Per sgomberare il campo da equivoci e fraintendimenti, allora, il vicedirettore de La Verità Francesco Borgonovo intervista Michele Ainis, uno dei più rinomati e apprezzati giuristi italiani. Costituzionalista, docente universitario, nonché editorialista di Repubblica e l’Espresso, Ainis è anche scrittore, e la sua ultima fatica letteraria è un romanzo, guarda caso, intitolato Disordini. Un titolo che rimanda, e parecchio da vicino, al dibattito politico in corso. Un proliferare di spunti e commenti intestati all’omofobia e declinati al Ddl Zan, di cui Ainis che, come sottolinea Borgonovo nella sua intervista, «non si può certo considerare un pericoloso sovranista», enuclea limiti e aspetti pleonastici.

Ddl Zan, il costituzionalista Ainis spiega perché è una «legge che non serve»

Problemi e ripetizioni superflue, quelle disseminate tra le righe del Ddl Zan sul tema, che nell’intervista il costituzionalista divide e riassume in 3 punti principali: «Per punire i crimini d’odio non c’è bisogno di nuove norme, esistono le aggravanti. Il concetto di “identità di genere” cancella il corpo femminile. Le idee vanno combattute con altre idee». Che ampliato e argomentato significa che, per quanto riguarda il Ddl Zan, il costituzionalista sostiene che basterebbe già quanto a disposizione nei codici. E lo dice chiaramente Ainis, dichiarando: «Sinceramente penso che la stessa legge Mancino fosse inutile. Anche la più ampia tutela della libertà di pensiero e di parola è cosa diversa dalle azioni violente, lo insegna Popper. Significa che l’istigazione a delinquere è reato e rimane reato, su questo non ci possono essere dubbi.

Anche le “aggravanti” esistono già: inutile insistere anche su questo fronte nel Ddl Zan

Il ddl Zan vuole aggiungere alle categorie già contemplate dalla Mancino il sesso e il genere? Ma una buona legge deve essere generale. Oggi esiste un problema con le categorie generali». Anche sulle aggravanti, di cui fautori e sostenitori della legge Zan insistono a ribadire la necessità, Ainis spiega chiaramente che: «Esistono le aggravanti per motivi futili o abietti che aumentano la pena fino a un terzo, e non è poco. Certo, si tratta di una aggravante formulata in termini generali, poi sta al giudice decidere. Ma la possibilità di darle c’è».

Ddl Zan, un dibattito che interessa solo marginalmente la gran parte dell’opinione pubblica

Un dibattito, quello sul Ddl Zan che, a guardar bene, scontenta tutti, gli stessi soggetti riferimenti della legge che l’esponente Pd vorrebbe andare a tutelare ulteriormente con la sua nuova proposta. Lo stesso Ainis, per esempio, sottolinea come nell’introduzione del concetto stesso di “identità di genere che si può autodeterminare”, una civiltà come la nostra, in cui domina la «cultura dei diritti», non facciamo altro che «aggiungere altri diritti. I quali altro non sono se non desideri che si trasformano in norme giuridiche».

Le femministe sull’identità di genere: «Sarebbe un arretramento»

Ma proprio sul fronte dell’identità di genere, allora, le stesse femministe per esempio – rimarca il costituzionalista – alcune, non tutte, si sono accorte che l’identità di genere significherebbe cancellazione del corpo femminile (perché questo vuol dire). E dicono che sarebbe un arretramento». In generale, insomma, come poi conclude Ainis nell’intervista: «Questa proliferazione del diritto penale rende infido l’ordinamento giuridico e concede al giudice un potere superiore a quello che gli si vorrebbe togliere». E invece, rilancia Ainis, «le opinioni si combattono con altre opinioni: vietarne alcune per legge le santifica».

Ddl Zan, aggiunte pleonastiche a un bagaglio giuridico già esistente

Nel frattempo, però, la discussione si alimenta: dalle aule della politica agli studi della tv. E rinfocola recriminazione e polemiche su un tema e un progetto giuridico che alla gran parte dell’opinione pubblica interessa solo marginalmente. Se si eccettuano le diverse declinazioni del variegato universo arcobaleno Lgbt, infatti; così come il mondo dell’associazionismo omosex impegnato sul fronte della tutela e della rivendicazione dei diritti di genere, è ormai chiaro che il resto della popolazione civile ritiene tutto il gran clamore sul Ddl Zan e derivati non solo anacronistico, ma anche inopportuno. E il tema a questo punto diventa: ma davvero questa legge sull’omofobia serve? O è più che mai pleonastica in virtù di altri riferimenti giuridici preesistenti?

«Io credo che, in generale, ci sia bisogno di sottrarre, non di aggiungere»

Insomma cosa aggiunge alla discussione sul tema l’ennesimo corollario di argomentazioni e rivendicazioni? Ebbene su questo – e su molto altro di più – Francesco Borgonovo ha realizzato l’interessante intervista al costituzionalista che, dall’incipit alla fine del suo discorso. Tra citazioni e raffronti. Riflessioni e conclusioni, conferma soprattutto un concetto. Quello espresso nelle ultime battute della chiacchierata giornalistica il cui emblematico titolo è, guarda caso, “Gli omosessuali sono già tutelati. La legge sull’omofobia non serve”: «Io credo che, in generale, ci sia bisogno di sottrarre, non di aggiungere; di usare la gomma e non la matita. E non vale solo per le leggi». Insomma, “less is more”, come dicono gli inglesi...

 

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Sostienici

In evidenza

News dalla politica