«Fateci entrare»: il grido dei parenti degli ospiti nelle Rsa e lo straziante racconto delle loro storie

giovedì 29 Aprile 18:29 - di Prisca Righetti
Rsa parenti

Sul caso delle Rsa, dove agli anziani soli sono negate le visite dei loro cari, si alza forte un grido. Un assordante grido di dolore e indignazione: «Fateci entrare». È l’urlo dei parenti dei degenti delle Rsa, tutt’altro che rassegnati all’allontanamento coatto e decisi ad andare fino in fondo contro l’ostracizzazione inferta loro con la chiusura delle strutture alle visite e l’isolamento forzato degli anziani, loro cari. E allora, proprio da quelle stanze chiuse al resto del mondo. E dalla voce dei familiari degli ospiti delle Rsa, arrivano le storie di solitudine e di separazione che l’Adnkronos raccoglie in una drammatica antologia di racconti e testimonianze.

Rsa, il grido disperato dei parenti dei degenti

Come quella di Martina, che ha la nonna che «il prossimo 16 maggio compirà 100 anni», ed è ricoverata in una Rsa. Lei vorrebbe «poterla almeno vedere in quella giornata in tutta sicurezza». Ma per ora dalla struttura dove l’anziana è ricoverata nessuno le ha risposto. È una delle storie raccolte dall’Adnkronos Salute attraverso le segnalazioni giunte a Orsan – Open Rsa Now, comitato di familiari dei degenti nelle residenze sanitarie assistite – presieduto da Dario Francolino. «Le visite – spiega Martina – si tengono solo per un’ora dietro un vetro, ogni 2 settimane. Nessuna stanza degli abbracci. Mia nonna mi manca tantissimo».

Rsa, i parenti: «Fateci entrare». Gli anziani soli e sofferenti si sentono abbandonati

Così come a Giacomo, che vive a Milano, manca la mamma: ricoverata in una residenza sanitaria ligure. «Non la vedo da fine gennaio 2020. Mia madre – racconta – è completamente paralizzata dalla testa in giù e non vedente. Essendo paralizzata non può telefonare a nessuno. Per questo siamo riusciti ad organizzarci facendole mettere uno smartphone sul comodino, configurato in modo che risponda automaticamente ad ogni chiamata in vivavoce. Ma questa non è vita. Non si può andare avanti così». Giacomo dice che sarebbe «pronto a partire anche per Belgrado domani stesso per vaccinarmi, se solo avessi la certezza di poterla andare a trovare». Ma non essendoci «direttive in merito», ogni struttura al momento impone le sue regole. E a volte appaiono incomprensibili.

Lo strazio dei parenti costretti all’allontanamento

«Mio padre, vaccinato con le due dosi – spiega Simonanon può visitare mia mamma vaccinata con le due dosi in una Rsa lombarda con enorme spazio all’aperto, in zona gialla. Se non è possibile ora vedere di persona mia mamma – si chiede – quando mai lo sarà? Mi pare che i direttori di Rsa tengano prigionieri gli ospiti ledendo i loro diritti di base, per evitare seccature e problemi. È urgente agire presto – sollecita –. Parliamo di persone molto anziane, non mi posso rassegnare a questa ingiustizia dopo le atrocità accadute».

Le forme di incontro possibili in alcuni casi

Certo, diverse strutture consentono alcune forme di visita. Ma non tutti i ricoverati sono uguali. «Mio papà è in grado di comunicare empaticamente e non verbalmente, solo con le persone in presenza: attraverso sorrisi, baci, carezze», racconta Giovanni. Ma i responsabili della Rsa di cui è ospite, «ottimi in tutti questi anni sotto il profilo dell’accompagnamento medico riabilitativo e assistenziale, sebbene da oltre un mese tutti i 180 ospiti della struttura e tutto il personale interno siano pienamente immunizzati, continuano a proporre come uniche forme di incontro con i familiari le videochiamate o l’incontro attraverso vetro».

L’appello accorato: «Fateci entrare. E Fate in fretta vi prego»

«Papà – ribadisce il figlio Giovanni – non può realmente fruire di nessuna delle due modalità proposte, che non gli permettono di interagire con i propri cari. Né di beneficiare della stimolazione affettiva-emotiva che nel suo caso è possibile solo nell’incontro in presenza. Questa situazione di isolamento totale – denuncia il familiare – perdura da 6 mesi». Un isolamento e una solitudine che fanno male. «Mia mamma ha 96 anni, ha poco tempo – dice Alessandra –. Quanto dobbiamo ancora aspettare? Ho fatto una telefonata con lei adesso: piangeva e mi ha attaccato. Sono qua in lacrime anch’io. Fate in fretta vi prego», è l’appello. E la dolorosa e accorata richiesta, sempre la stessa: «Fateci entrare».

 

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