Omicidio Cerciello, Elder si gioca la carta della legittima difesa: «Ho pensato volesse uccidermi»

lunedì 1 Marzo 16:04 - di Gigliola Bardi
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Farla passare per legittima difesa, offrendo un racconto in cui la vittima diventa aggressore e l’aggressore vittima. È questa la strategia difensiva che continua a emergere dalle parole di Finnegan Lee Elder, il giovane americano a processo, insieme al connazionale Gabriel Natale Hjorth, per l’omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri, Mario Cerciello Rega.

L’americano rende dichiarazioni spontanee

Nel corso dell’udienza di oggi Eleder ha voluto rendere dichiarazioni spontanee, durante le quali ha sostenuto che i due carabinieri «in un attimo si sono avventati su di noi senza dire una parola, senza qualificarsi. L’uomo più grande, era una montagna, mi ha buttato per terra e ha messo tutto il suo peso su di me. Ero con la schiena sull’asfalto, ricordo molto poco dei minuti successivi se non un senso di choc». «Ricordo – ha aggiunto l’americano – le sue mani sul petto e poi sul mio collo con una pressione come se stesse cercando di soffocarmi mentre tentavo di divincolarmi. Ho provato panico e ho pensato volesse uccidermi».

L’omicidio Cerciello nel racconto di Elder

Il militare fu accoltellato a morte da Elder la sera del 26 luglio 2019, mentre insieme al collega Andrea Varriale era impegnato nell’operazione di recupero di uno zaino rubato dai due giovani. L’americano colpì Cerciello con 11 coltellate ai fianchi, due delle quali fatali. Nell’aula bunker di Rebibbia Elder ha affermato che «quando ho sentito le sue mani sul collo istintivamente ho preso il coltello e l’ho colpito per togliermelo di dosso. Non pensavo a nulla ero solo terrorizzato. È durato tutto pochi secondi». «Ho avuto l’impressione che stesse cercando qualcosa. Dopo alcuni colpi mi ha afferrato la mano dove tenevo il coltello e ha cercato di rivolgerla verso di me. Ho cambiato mano e ho continuato a colpirlo. Tutto – ha proseguito – è successo velocemente. La mia volontà era liberarmi dal peso di quella persona».

Il nodo dell’identificazione

Elder, inoltre, ha sostenuto che «quegli uomini ci hanno aggredito e sembrava che volessero farci del male. Non hanno mostrato alcun tesserino di identificazione. Non hanno mai detto polizia o carabinieri, parola che non avrei comunque capito. Ho appreso il significato della parola carabinieri solo dopo che sono stato arrestato».

Le testimonianze di Hjorth e Varriale

Insomma, la linea difensiva è chiara. Ma le dichiarazioni di Elder sono in contrasto con quelle di Hjorth, che in aula ha riferito di non aver sentito «rumori di colluttazione», e opposte a quelle di Varriale. Il carabiniere infatti ha sempre raccontato che sia lui sia il collega si identificarono già mentre si stavano avvicinando e che furono aggrediti immediatamente dai due americani, ai quali in quel frangente ribadirono di essere carabinieri. La difesa dei due imputati ha bollato la testimonianza di Varriale come «di parte». Ma quella versione dei fatti fu raccontata da Varriale già in un momento in cui certo non pensava al processo.

La chiamata d’aiuto: «Ci hanno subito accoltellato»

Si tratta degli attimi immediatamente successivi all’aggressione e al ripetuto accoltellamento di Cerciello. Varriale era al telefono per chiedere aiuto, intrattenendo una conversazione disperata con l’operatore, mentre contemporaneamente implorava il compagno di pattuglia di non mollare, di stare tranquillo, di avere fiducia nell’arrivo dei soccorsi. «Eh ma dimmelo che li hai fermati no! Ti mando qualcuno!», gli dice l’operatore dall’altra parte del telefono. «Ma che ho fermato, che appena li abbiamo fermati c’hanno accoltellato!», risponde Varriale, in quei drammatici attimi rimasti impressi nella registrazione della chiamata.

 

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