È morto Franco Marini, “lupo marsicano”. Politico di scuola Dc e sindacalista, si arrende al Covid

martedì 9 Febbraio 10:43 - di Redazione
È morto Franco Marini

È morto Franco Marini, sindacalista e politico di lungo corso. Deputato, senatore, europarlamentare, aveva 88 anni e agli inizi di gennaio era stato ricoverato nel reparto Covid dell’ospedale San Camillo de Lellis di Rieti dopo essere risultato positivo al Coronavirus. Era poi stato dimesso il 27 gennaio scorso. Un vita politica longeva, la sua, che lo ha visto presidiare lo scranno da Presidente del Senato tra il 2006 e il 2008. Già ministro del Lavoro e della previdenza sociale nel settimo governo Andreotti (1991-1992), dal 1997 al 1999 ha svolto il ruolo di segretario del Partito popolare italiano. Dal 1985 al 1991 l’incarico come segretario generale della Cisl. Marini ha inoltre partecipato alla fondazione del Partito democratico, e fu il principale esponente della corrente de “I Popolari“.

È morto Franco Marini, il “lupo marsicano”

50 anni di impegno, quelli di Marini, durante i quali sfiorò anche l’elezione al Colle. Una serie di incarichi di prestigio, per lui, che è stato sindacalista. Ministro del Lavoro. Parlamentare eletto per 4 mandati alla Camera, e due al Senato appunto. Una lunga parabola politica e di impegno pubblico pluridecennale, che si è di fatto conclusa nel 2013 a 151 voti dall’elezione al Quirinale. Alpino in gioventù, rimasto per tutta la vita legato alle montagne del suo Abruzzo, dove era nato il 9 aprile del 1933 a San Pio delle Camere, un piccolo comune di 680 anime alle pendici del Gran Sasso, a poca distanza da l’Aquila. Marini aveva mosso i primi passi della sua lunga attività pubblica nella Cisl. Era il 1950, anno in cui prese la tessera della Dc, dopo la militanza nelle Acli. Primo figlio di una numerosa famiglia di modeste condizioni economiche, a nove anni si trasferì a Rieti. Seguendo il padre, con la madre e i fratelli, per esigenze di lavoro.

Mezzo secolo di impegno istituzionale

Studi classici al liceo Marco Terenzio Varrone, seguì la laurea in legge e il servizio di leva come ufficiale negli alpini. «La mia – raccontò in un’intervista – era una famiglia di emigranti, come tante in Abruzzo. Mio nonno era andato in America cinque volte. Lavorava un paio d’anni e riportava un po’ di soldi per comprare un pezzo di terra». Dopo gli anni della formazione alla scuola del sindacato, che frequentò insieme a Pierre Carniti, Eraldo Crea e Renato Colombo, nel 1964 affiancò il ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, Giulio Pastore. Un anno dopo venne nominato segretario generale aggiunto della federazione dei Dipendenti Pubblici della Cisl. Della quale, nel 1985, divenne segretario nazionale. Marini visse in prima linea l’ascesa del sindacato egemonizzato dalla forza della Cgil. Gli anni delle lotte operaie. Dell’unità sindacale. Delle lunghe vertenze con il “padronato”. Le tensioni sociali dell’Autunno Caldo. La stagione degli anni di piombo.

Da Andreotti a Strasburgo col Ppe

Non fu dunque un caso se Carlo Donat-Cattin, che fu suo maestro politico, lo investì come successore alla guida di Forze nuove: la corrente Dc storicamente più vicina al mondo del lavoro. Nel 1991 il salto al governo, nominato da Giulio Andreotti al ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale. E poi, nel 1992, la candidatura con lo Scudocrociato alla Camera, dove risultò il primo degli eletti a livello nazionale. Il segretario Mino Martinazzoli gli affidò la segreteria organizzativa del partito, a cui legherà il suo impegno fino alla nascita del Partito popolare italiano, di cui fu segretario dal 1997 al 1999. Lo stesso anno approdò a Strasburgo, eletto nel Ppe nella circoscrizione Italia centrale. Dal 1992 al 2006 tornò alla Camera: prima sotto il simbolo del Ppe. In seguito nell’Ulivo e nella Margherita. Dal 2006 passò al Senato: dove sarebbe rimasto fino al 2013. Attivo protagonista della stagione politica del centrosinistra di Romano Prodi. Dell’ascesa e del consolidamento della forza politica di Silvio Berlusconi con FI e del centrodestra.

Politico di lungo corso di scuola Dc

Come candidato dell’Unione, Marini viene eletto alla guida di Palazzo Madama il 29 aprile 2006 con 165 voti. Dopo un testa a testa con Giulio Andreotti, che era sostenuto dalla Casa delle libertà. Al primo scrutinio Marini non raggiunse il quorum richiesto. Fu quella una seduta estenuante, presieduta da Oscar Luigi Scalfaro, caratterizzata da una interminabile e logorante controversia sull’attribuzione di schede che riportavano il nome Francesco e non Franco Marini. Alla caduta del secondo governo Prodi, nell’estremo tentativo di evitare lo scioglimento delle Camere e la sopravvivenza della XV legislatura, nel febbraio 2008, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano gli affidò l’incarico di verificare la percorribilità di una maggioranza bipartisan per riformare la legge elettorale e guidare un governo per gli affari correnti fino alle elezioni. Il tentativo naufragò e dopo 4 giorni di consultazioni, il Lupo Marsicano (come lo aveva amichevolmente ribattezzato a suo tempo Romano Prodi), dovette gettare la spugna.

Quando Renzi ostacolò la sua ascesa al Colle

Nel 2013 si presentò alle politiche dopo aver chiesto una deroga al Pd. Ma non venne rieletto al Senato. Ciò non gli impedì di essere candidato dai dem al Quirinale, sostenuto da Pdl, Scelta Civica, Lega Nord e da una costellazione di sigle parlamentari: dall’Udc alle minoranze linguistiche. Fino a una parte dei parlamentari del gruppo Misto. Il Colle si trasformò in una cima inespugnabile e Marini si fermò a 521 voti al primo scrutinio. 151 preferenze in meno rispetto al quorum necessario di 672 voti. Fu Matteo Renzi – tra gli altri – a mettersi di traverso sulla strada che porta Marini alla presidenza della Repubblica. L’allora sindaco di Firenze, qualche giorno prima della convocazione delle Camere in seduta comune, non esitò a definire la candidatura di Marini come successore di Giorgio Napolitano «un dispetto al Paese».

Quell’immancabile sigaro toscano…

Verificata l’impossibilità dell’elezione e alla luce dell’impasse che si determinò anche al secondo scrutinio, quando le schede bianche furono 418, Marini decise di rinunciare. Aprendo la strada al secondo mandato di Giorgio Napolitano. Sposato dal 1965 con Luisa D’Orazi dalla quale ha avuto il figlio, Davide, l’ex presidente del Senato è stato un appassionato di montagna e di ciclismo. Tifoso di Gino Bartali, ha amato la buona cucina e il buon vino. E, naturalmente, l’immancabile sigaro toscano, che spesso assaporava senza neppure accendere. «Non riesco a immaginare – raccontò più volte – le lunghe nottate al tavolo delle trattative sindacali né i momenti che precedevano i caldi comizi in piazza negli anni Sessanta e Settanta, senza il mio sigaro in bocca»...

 

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