Usa, tutti i sospetti di Donald Trump portano al software elettorale degli amici dei Clinton

martedì 17 Novembre 18:44 - di Niccolò Silvestri
Trump

Mettiamola così: o Donald Trump è un pazzo che si ostina a tenere sotto scacco la più grande potenza mondiale oppure c’è del vero in quel che dice. Nel qual caso, bisogna smetterla con gli anatemi e andare a vedere. Che il presidente Usa (è tale almeno fino al 20 gennaio) sia inviso all’informazione americana e mondiale non è un mistero. Che questo sia sufficiente a negargli il diritto di ricorrere contro eventuali brogli, è roba degna della Corea di Ciccio Kim e non certo della patria di Abramo Lincoln o di Franklin D. Roseevelt. Tanto più che a guidare Trump in questa battaglia è un legale del calibro di Rudy Giuliani, l’inventore – da sindaco di New York – della formula “tolleranza zero“. Uno, cioè, che non mette a repentaglio la propria reputazione in cambio di un onorario, per quanto lauto possa essere.

Rudy Giuliani: «Abbiamo le prove»

Nel mirino dell’italo-americano è finita la Dominion Voting Systems. È un’azienda canadese  produttrice di software utilizzati per il conteggio elettorale. Li hanno adottati ben 28 Stati, tra i quali alcuni decisivi per l’esito delle elezioni. Secondo Giuliani e Trump, il software avrebbe cancellato o dirottato 2,7 milioni di voti a favore di Joe Biden. Bugie? Si vedrà. Giuliani sostiene di avere le prove ma di non poterle ancora mostrare.

Nella canadese Dominion i nemici di Trump

La società ha ovviamente respinto al mittente le accuse e ha negato di avere tra i suoi proprietari il marito della leader democratica Nancy Pelosi, Paul. Ma non ha potuto smentire di aver scucito soldi in favore della Fondazione Clinton nel 2014 né di avere assunto come lobbista l’ex-capo di gabinetto della stessa Pelosi, Nadeam Elshami. E non è tutto. Ancora Giuliani ha infatti evidenziato che Dominion avrebbe «legami molto stretti» con Venezuela e Cina. Inoltre, userebbe un’azienda di software venezuelana «già utilizzata per truccare le elezioni in altri Paesi». Giuliani si riferisce a Smartmatic, compagnia fondata in Venezuela nel 2000 sotto la presidenza del leader socialista Hugo Chavez. Dominion sarebbe di sua proprietà. Ma il gruppo ha negato. Nel frattempo, la società canadese ha incassato la certificazione del Cisa (Cybersecurity and Infrastructure Security Agency), un’agenzia del Dipartimento della sicurezza nazionale. «Le elezioni del 3 novembre – ha sentenziato – sono state le più sicure nella storia degli Stati Uniti».

Trump non considera chiusa la partita

Più chiaro di così. Invece, no. Perché si è scoperto che Dominion fa parte del Consiglio di coordinamento del settore infrastrutture per le elezioni, che ha firmato il rapporto pubblicato dalla Cisa. Un autocertificato, insomma, più che una certificazione. Tanto più se si considera che nello stesso board c’è anche Smartmatic presieduta da Mark Malloch Brown, lord di Sua Maestà britannica. Ma costui è stato anche collaboratore di George Soros. Proprio il miliardario che all’indomani della vittoria di Trump riunì politici e Paperoni in un albergo di Washington con l’obiettivo di impedire al Tycoon di governare. Chissà se in Italia i sedicenti mastini del giornalismo d’inchiesta decideranno di trarne ispirazione per uno dei loro micidiali reportage.

Già in agosto l’allarme degli esperti sul sistema di scrutinio

Non è la prima volta che i software di Dominion finiscono nell’occhio del ciclone. Era già accaduto il 9 giugno, nel corso delle primarie in Georgia, uno degli Stati oggetto dei ricorsi di Trump. La Georgia li acquistò nel 2019 per 106 milioni di dollari, nonostante più d’un esperto ne avesse evidenziato criticità legate alla sicurezza dello scrutinio. Come, ad esempio, l’informatico Harri Hursti che l’allarme lo aveva già lanciato il 24 agosto scorso. A suo giudizio, «la configurazione del software» rischiava «di escludere dallo scrutinio intenzionalmente alcuni voti». Era già capitato nella contea di Fulton. Lì, spiegò Hursti, «il sistema ha operato in un modo che aumenta i rischi sulla sicurezza a un livello estremo». E ancora: «I Dispositivi di contrassegno delle schede (Bmd) generano risultati che non sono verificabili». Forse, proprio pazzo Trump non è.

 

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Emergenza Coronavirus

In evidenza

News dalla politica