Al-Qaeda, il numero due al-Masri ucciso dal Mossad a Teheran. Ma l’Iran nega: falso, non era qui

sabato 14 Novembre 15:28 - di Paolo Lami
AL-QAEDA_AHMED_ABDULLAH

Sulla sua testa pende tuttora una taglia da 10 milioni di dollari ma il numero due di al-Qaeda, Abdullah Ahmed Abdullah, alias Abu Muhammad al-Masri, sarebbe stato ucciso lo scorso 7 agosto nella capitale iraniana Teheran insieme alla figlia Miriam. Nuora di Osama Bin Laden.

I killer, secondo la ricostruzione del New York Times sarebbero due agenti israeliani del Mossad. Sarebbero giunti sul luogo dell’eccidio a bordo di una moto. E avrebbero fatto fuoco contro il numero due di al-Qaeda e la figlia per conto degli Usa.
Ma l’Iran nega: falso che si trovasse a Teheran.

Il New York Times ha interpellato fonti d’intelligence. Che hanno confermato la ricostruzione.
Al-Masri e la figlia, vedova di Hamza bin Laden, uno dei figli di Osama bin Laden, sono stati uccisi – secondo l’intelligence – in una strada di Teheran.
Al blitz hanno partecipato due uomini a bordo di una moto. Ma è facile immaginare che sul campo, in quel momento, c’erano tantissime persone che seguivano la logistica dell’agguato.

Al-Qaeda, né gli Usa, nè gli israeliani hanno, almeno per il momento, confermato ufficialmente la morte del 57enne al-Masri. Che, ritengono gli analisti dell’intelligence, doveva essere il primo in linea di successione dopo Ayman al-Zawahiri.

Nato nel 1963 – ma neanche questo è certissimo – ad Al Gharbiya, in Egitto, il numero 2 di al-Qaeda è accusato dal’Fbi “dell’omicidio di cittadini statunitensi” all’estero, di “cospirazione per assassinare cittadini statunitensi al di fuori degli Stati Uniti e di “attacco a una struttura federale”.

L’Fbi aveva offerto una taglia di 10 milioni di dollari per la sua cattura. E La sua foto , con una piccola cicatrice sul lato destro del labbro inferiore, spicca tuttora nella lista delle persone più ricercate per terrorismo dall’Agenzia investigativa statunitense.

L’Agenzia governativa ricorda che Abdullah è fuggito da Nairobi, in Kenya, il 6 agosto 1998. E, da lì, è, poi, andato a Karachi, in Pakistan.

L’Fbi aggiunge, sul suo sito, che Abdullah Ahmed Abdullah è stato incriminato per il suo presunto coinvolgimento negli attentati avvenuti, il giorno successivo, il 7 agosto 1998 contro le ambasciate degli Stati Uniti a Dar es Salaam, in Tanzania, e Nairobi, in Kenya.
Un attacco su più fronti che ha lasciato a terra 224 morti.
E Al-Masri è ritenuto essere stato una delle menti dei due attacchi.

Secondo il New York Times non è chiaro, al momento, se un ruolo e quale nell’omicidio del numero due di al-Qaeda lo abbiano avuto gli Usa. Che, per anni, ne hanno seguito i movimenti non solo in Iran.

Il quotidiano newyorkese sottolinea quanto sia “sorprendente” il fatto che al-Masri vivesse nella Repubblica Islamica. Ma – come ha sottolineato Colin P. Clarke, analista di antiterrorismo del Soufan Center – l’Iran è “disposto a trascurare il divario tra sunniti e sciiti quando torna comodo agli interessi iraniani”.

Secondo le fonti di intelligence americane, al-Masri era in “custodia” dell’Iran dal 2003. Ma, almeno dal 2015, viveva “liberamente” nel quartiere Pasdaran di Teheran.

Tre giorni dopo le devastanti esplosioni che il 4 agosto scorso avevano devastato il porto e la città di Beirut, in un’estate di misteriose esplosioni in Iran e crescenti tensioni con gli Usa, alcuni media iraniani avevano riferito dell’uccisione di un docente libanese, identificato poi come Habib Daoud, e di sua figlia.

La libanese Mtv e account sui social media legati ai Guardiani della Rivoluzione avevano, invece, parlato dell’uccisione di un militante del movimento sciita Hezbollah.

Ora il Nyt ha saputo dalle sue fonti dell’intelligence Usa che quella di Habib Daoud non era altro che l’identità assegnata ad al-Masri nella Repubblica Islamica dove viveva con una copertura da docente.

Ma l’Iran non ci sta. E bolla come “falsità” le notizie del New York Times sull’uccisione a Teheran del numero due di al-Qaeda.

Il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Saeed Khatibzadeh, ha negato ci siano “terroristi” di al-Qaeda all’interno dei confini iraniani.

“Per sottrarsi dalle responsabilità per le attività criminali” di al-Qaeda “e di altri gruppi terroristici nella regione, Washington e Tel Aviv – ha aggiunto Khatibzadeh nella dichiarazione riportata dall’agenzia Tasnim – cercano, di tanto in tanto, di tracciare un collegamento tra l’Iran e questi gruppi con menzogne e informazioni false fatte trapelare ai media”.

Il portavoce è tornato a denunciare “accuse false contro l’Iran” da parte degli Usa. “Un modus operandi costante dell’attuale Amministrazione” e quella che Teheran considera “una guerra di intelligence, psicologica ed economica contro il popolo iraniano”.

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