Giletti sfida Bonafede. «Lo aspetto in trasmissione il 27 settembre. Non temo le minacce mafiose»

lunedì 7 settembre 13:54 - di Redazione

Massimo Giletti non molla. Dal 27 settenbre tornerà a condurre Non è l’Arena su La7. E non ha intenzione di fare sconti a nessuno. A cominciare dal ministro Bonafede che, in piena emergenza coronavirus, ha permesso la scarcerazione ai boss mafiosi.

Giletti sfida Bonafede: lo aspetto in trasmissione il 27

In un’intervista al Corriere della Sera si dice pronto a incalzare sul terreno della giustizia. Nell’occhio del ciclone per le sue inchiesta bomba che hanno scoperchiato gli scandali del Csm e messo sotto accusa il ministro Bonafede per la scarcerazione dei boss mafiosi, Giletti promette di andare avanti per la sua strada. “Io faccio solo il mio lavoro. Ai politici rimprovero solo di dire le bugie”. Il giornalista, finito sotto scorta dopo le minacce del boss Graviano, dice non temere le intimidazioni mafiose. E si rivolge nuovamente al Guardasigilli. “L’ho invitato il 27 in trasmissione. Spero accetti, perché mi sembra giusto ascoltare anche la sua versione”. Ma finora non ha ricevuto risposta. “In un Paese normale – aggiunge-  non esiste concedere a delinquenti tutto questo”.

“Dai colleghi neanche un sms, sono rimasto solo”

Poi non usa i guanti di di velluto con i colleghi giornalisti: “Sono diventato un obiettivo perché sono stato lasciato solo da molti colleghi. Se loro avessero fatto una battaglia come l’ho fatta io, io non sarei diventato un obiettivo. E’ la solitudine e il silenzio che mi pesa”. Dai giornalisti che lavorano in tv come lui, Giletti confessa amareggiato di non aver ricevuto “nemmeno un sms”. Pronto per scendere in campo nell’agone politico? Chissà. “Nella vita ho imparato a non escludere mai nulla”.

Nelle ultime settimane ha più volte sfidato il ministero di largo Arenula. Intervistato dalla Stampa, dopo le intercettazioni choc del boss Filippo Graviano dal carcere (“non scassi la minchia”), il conduttore di Non è l’Arena aveva attaccato Bonafede. “In un Paese normale il ministro mi avrebbe avvisato”, disse, “e non avrei appreso la notizia dai giornali”.

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