Un poliziotto racconta la sua quarantena: «È durissima, piango con mia figlia a telefono»

17 Mar 2020 10:20 - di Fabio Marinangeli
poliziotto

Il racconto di un poliziotto. La sua sofferenza, il distacco dalla famiglia. I rischi, i timori. Che sono la sofferenza, i rischi e i timori di tanti poliziotti come lui- «Mia figlia ha pianto a dirotto. Ero con lei in una videochiamata, ha solo 9 anni. Mi ha detto che non ce la fa più, che sono bugiardo perché le avevo promesso che non saremmo stati molto lontani. Al mio rientro a casa, però, non ho potuto abbracciarla. Sono in quarantena, ho preferito evitare qualsiasi contatto e lei è con la mamma dai nonni». A parlare è Angelo Mollica. Ha 40 anni, è assistente capo nel reparto prevenzione crimine della Polizia di Stato, nella sede di Napoli.

Il poliziotto: «Andiamo dove c’è più bisogno»

Il 4 marzo scorso è partito per Lodi insieme a 11 colleghi per controllare i limiti di quella che era la zona rossa italiana. Quindi, prima che il virus diventasse emergenza nazionale. «Andiamo dove c’è più bisogno», dice il poliziotto all’Adnkronos. «Siamo stati smistati ai vari check point allestiti. Uno sulla statale che porta a Casalpusterlengo e Codogno, uno a Guardamiglio, un altro a Maleo. Io li ho fatti tutti quanti. Siamo tornati il 10 marzo scorso, quando è stata dichiarata zona rossa tutta Italia e non c’era più bisogno di stare lì».

 «Un clima da film catastrofico»

«L’amministrazione ci ha forniti di ogni protezione. Ma è stato surreale trovarsi immersi in un clima da film catastrofico. Era necessario far comprendere alle persone che tutte quelle restrizioni erano adottate per il bene comune». Angelo, il poliziotto, specifica: «Più che altro erano gli autotrasportatori che venivano dall’estero che non sapevano che strada dovessero fare per scaricare la merce».

«Avevamo turni h24, eravamo attentissimi»

«Avevamo turni h24, i check point andavano presidiati senza sosta. Stavamo attentissimi», spiega. «Avevamo mascherine, guanti, anche tute in caso di necessità. La percezione era che la gravità della situazione non fosse stata recepita da tutti. Alcuni ragazzi continuavano a uscire, avevano bisogno di evadere proprio perché era tutto chiuso. Con loro ogni tanto scambiavamo qualche chiacchiera per poi rimandarli a casa, l’unico posto dove si può stare al sicuro».

La quarantena del poliziotto

«Oggi sono in quarantena. Leggo, scrivo, guardo un po’ di tv anche se mi passa anche la voglia. Chiamo mia figlia», racconta ancora il poliziotto. «L’aiuto nei compiti e inganno il tempo così. È dura, ma ho preferito tutelare lei e mia moglie in questo modo. Non uscire è l’unico modo per combattere un nemico invisibile e subdolo. L’unica difesa è non farci trovare».

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