Bologna , agosto ’80: una donna vide un cadavere decapitato. Lo scrisse La Repubblica

giovedì 28 Novembre 18:46 - di Massimiliano Mazzanti

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo. Caro direttore, mentre i pubblici ministeri portano a termine le rispettive requisitorie – dopo Enrico Cieri, si sono avvicendati al microfono Antonella Scandellari e Antonello Gustapane –, emerge una nuova, significativa traccia dell’esistenza di almeno un cadavere decapitato, tra i resti martoriati dell’eccidio del 2 agosto 1980 a Bologna.

Al di là delle ricostruzioni di una pubblica accusa – più puntigliose che puntuali – che non ha voluto prendere in esame nel modo che ci si sarebbe aspettato della sconvolgente novità che ha portato l’esame del Dna dei resti attribuiti erroneamente a Maria Fresu, l’analisi di ciò che si seppe e si raccontò immediatamente dopo i fatti testimonia che qualcosa di strano e inquietante dev’essere avvenuto in quelle tragiche ore.

Sicuramente, una donna che era lì, nella sala d’aspetto o nei pressi del luogo dell’attentato, vide, tra i morti alla stazione, un cadavere senza testa. E lo scrisse non un foglio di second’ordine, ma niente meno che La Repubblica. E questo in articolo – pubblicato domenica 3 agosto – in cui furono raccolte le prime, impressionanti testimonianze di chi si era miracolosamente salvato. Ecco il testo drammatico raccolto “a caldo” dal quotidiano romano. <Ho sentito lo scoppio, sono caduta a terra, sepolta da altre persone, bagagli, calcinacci. Tutto intorno c’erano urla. Quando mi sono liberata e mi sono alzata mi sono trovata di fronte una persona senza testa. Sono corsa fuori>. L’articolo non è firmato. Ma fu scritto da Marco Marozzi, una delle più note e prestigiose firme della redazione di  Bologna de La Repubblica, attualmente collaboratore de Il Corriere della Sera, sempre a Bologna, il quale ricorda ancor oggi distintamente d’aver parlato con quella donna, ricordandone anche alcuni particolari che, forse, potrebbero permettere anche di rintracciarla. Questo articolo, per altro, conferma anche un passaggio dei ricordi di Michele R. – intervistato qui di recente -, il quale ricordava bene come ciò che gli aveva detto il suo amico Levin Dov avesse trovato anche un riscontro nella stampa dei giorni successivi. Insomma, ancora tracce concrete di una vittima che, al pari della vera Maria Fresu, in qualche modo sparì. O fu fatta sparire.

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