Di Maio arroccato su Conte per non spaccare il M5S. Il Pd o prende o lascia

domenica 25 agosto 18:52 - di Giacomo Fabi

Il Pd può rigirarla come vuole, ma tutto lascia pensare che la conferma di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi è un amaro calice che dovrà trangugiare fino in fondo. Sempre che, beninteso, Zingaretti il governo voglia farlo per davvero e non per finta. C’è poco da fare: per Di Maio Conte non è più un nome, ma una bandiera. L’unica che può sventolare per tenere unito il suo MoVimento, altrimenti pronto a deflagrare e frantumarsi in mille pezzi. Conte e nessun altro. Anzi, Conte o morte. Perché diversamente è sempre meglio farsi dimezzare nelle urne dagli elettori che in Parlamento dallo stillicidio degli onorevoli-cittadini pronti a cercare ogni pretesto pur di traslocare, chi nel Pd, chi nella Lega, o dovunque trovino lo spiraglio di una rielezione.

Il grillino: «Nel Pd solo Zingaretti e Gentiloni dicono no a Conte»

E allora si capisce l’ostinazione con cui il capo politico grillino si è arroccato dietro il nome di Conte. E si capisce pure il disperato ottimismo che gli fa intravedere «spiragli» nella trattativa e gli fa dire che nel Pd «a dire no» alla riconferma del premier dimissionario «sono rimasti solo Zingaretti e Gentiloni». Un modo per strattonare il segretario dem lasciando intendere che neanche a lui conviene troppo tirarla per le lunghe. E qui paradossalmente è Matteo Renzi a dare una mano a Di Maio. L’ex-Rottamatore è il capo partito del “non-voto“. Ufficialmente per non far trionfare Salvini in eventuali elezioni. In realtà perché ha bisogno di tempo per riorganizzarsi. O in un nuovo partito o, in mancanza, riprendendosi il Pd.

Il nome del premier dimissionario chiude il forno leghista

Ma “Conte o morte” serve a Di Maio anche per chiudere implicitamente il forno leghista e allontanare il sospetto di sognare per sé la poltrona Palazzo Chigi. Salvini è pronto a concedergliela pur di scongiurare l’abbraccio tra grillini e piddini e restare al Viminale. Del resto, l’unica condizione che ha posto il ministro degli Interni è di non ritrovarsi più tra i piedi il sedicente “avvocato del popolo“, da cui è stato ripetutamente insolentito nell’aula del Senato. Insomma, il nodo della legislatura è il nome del premier. E quello di Conte, in questo scorcio d’agosto, è per Di Maio l’ultima spiaggia.

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