Monito all’Iran
Trump estende la tregua. “Ma liberate le donne condannate a morte”
«Ai leader iraniani, che presto saranno in negoziato con i miei rappresentanti: apprezzerei molto la liberazione di queste donne», ha dichiarato il tycoon
+ Seguici su Google Discover«Estenderò il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni concluse, in un modo o nell’altro». La frase arriva dopo una giornata in cui la Casa Bianca aveva evocato nuovi bombardamenti. È in questo scarto, più che nelle operazioni militari, che si misura oggi la guerra tra Stati Uniti e Iran: una crisi che procede per strappi, inversioni e messaggi contraddittori, mentre la posta in gioco — energetica, militare, politica — continua ad alzarsi.
Una tregua che non è una tregua
Il cessate il fuoco prorogato da Donald Trump non nasce da un avanzamento negoziale, ma da uno stallo. Islamabad, con il feldmaresciallo Asim Munir e il premier Shehbaz Sharif, ha chiesto tempo per consentire all’amministrazione di Teheran — «seriamente frammentata», come scrive il tycoon — di formulare una posizione unitaria. Washington ha accettato, ma mantenendo il blocco navale e la postura militare.
Il risultato è una tregua sospesa: niente attacchi diretti, ma pressione costante sul nodo cruciale dello Stretto di Hormuz. È in quelle 21 miglia nautiche che si concentra il vero equilibrio del conflitto. Trump lo esplicita: «L’Iran non vuole che lo Stretto di Hormuz venga chiuso; vuole che resti aperto così da poter guadagnare 500 milioni di dollari al giorno».
Negoziati fantasma e diplomazia intermittente
Mentre Washington concede tempo, Teheran dunque si ritira. «Nessuna prospettiva di partecipare ai colloqui» è la linea ufficiale iraniana alla vigilia del vertice in Pakistan. Il processo diplomatico resta appeso a un filo.
A complicare il quadro contribuisce la gestione americana. Il vicepresidente JD Vance viene dato in partenza, poi trattenuto, poi nuovamente annunciato in viaggio dallo stesso Trump, senza mai lasciare realmente Washington. Nel giro di 48 ore, la Casa Bianca passa da “accordo vicino” a minacce di escalation. «Nessuno sembra sapere cosa stia succedendo. Quali siano i piani. A cosa stiamo persino mirando ormai. È tutto un enorme caos», ha dichiarato una fonte dell’entourage trumpiano al The Telegraph.
Il fronte invisibile: petrolio e flotta ombra
Sul mare, intanto, la realtà contraddice la narrativa del blocco totale. Almeno 26 navi legate all’Iran hanno continuato a muoversi, sfruttando la cosiddetta “flotta ombra”. Petroliere sotto bandiere di comodo, triangolazioni commerciali, rotte opache: Teheran mantiene l’ossigeno “greggio” mentre Washington rivendica il controllo.
Il prezzo del petrolio sopra i 100 dollari al barile segnala continua a far oscillare i mercati e ogni tweet del potus smuove la finanza.
Le donne da liberare
Nel mezzo della crisi, tuttavia Trump inserisce un elemento simbolico: la richiesta di liberazione di otto donne iraniane arrestate durante le proteste. «Ai leader iraniani, che presto saranno in negoziato con i miei rappresentanti: apprezzerei molto la liberazione di queste donne».
È un gesto che tenta di spostare il terreno dello scontro sul piano dei diritti umani, dal 1979 a oggi, violati dal regime degli ayatollah. I nomi che circolano al momento sono: Bita Hemati, condannata insieme al marito; una sedicenne detenuta senza processo; la dottoressa Golnaz Naraghi; e ancora Venus Hosseinnejad; Ensieh Nejati, fermata nelle retate; Mahboubeh Shabani, accusata di “guerra contro Dio”; la studentessa Diana Taherabadi; e Panah Movahedi, scomparsa dopo le proteste. Nessuna formalmente condannata a morte, ma diverse esposte a lunghe pene detentive o accuse capitali ancora in fase di giudizio.
Una guerra senza baricentro
Cinquantadue giorni dall’inizio delle ostilità, questo è l’unico dato certo. La guerra ha superato la durata prevista senza produrre né una svolta strategica né un percorso negoziale credibile.
Washington oscilla tra pressione e apertura. Teheran guadagna tempo e spazio operativo. Il Pakistan prova a mediare. E il mondo continua a guardare per capire la prossima mossa.
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