La fine di Noa, vittima di una cultura postumana che vuole abolire il concetto di “persona”

5 Giu 2019 15:02 - di Annalisa Terranova

Basterebbe un semplice e abusato motto, “finché c’è vita c’è speranza”, a commentare la tetra e sconcertante notizia della morte di Noa Pothoven, 17 anni, che ha ricevuto in Olanda il permesso di andarsene da questo mondo con il suicidio assistito. Basterebbe sempre quel semplice motto per respingere nel modo più netto e determinato quella cultura della morte che pretende di far passare come un diritto il desiderio di auto-annientamento di una ragazza sofferente e minorenne. 

La vita contro la morte, perché il desiderio di morte se diventa un filone culturale, supportato dalla filosofia volontaristica del post-umanesimo, diviene contagiosa, si trasforma in una minaccia per l’intera collettività, mina alle fondamenta ogni civiltà e ogni sua forma di espressione, dall’arte al lavoro, dalla politica al linguaggio. Per questo la fine di Noa è un segnale così forte per tutti, per questa ragione non cessa di interrogarci. Si dice: i genitori l’hanno accompagnata assieme ai medici nel suo percorso di estinzione, come si fa con una pianta che, privata dell’acqua, a poco a poco appassisce e muore. E’ morta tra le mura rassicuranti della sua casa, si è letto anche che c’erano persino dei palloncini a rendere meno macabra la procedura, quasi si trattasse di una festa per il viaggio verso l’aldilà. Particolari ancora più sconcertanti.

Si dice: l’eutanasia non c’entra nulla col suicidio assistito di Noa perché tratta del diritto a una buona morte contro la possibilità di una brutta morte. Nel caso di Noa, invece, saremmo di fronte  alla scelta semplice di non vivere più, a fronte di una condizione di depressione che appariva senza speranze. Non è corretto operare queste distinzioni: infatti nel momento in cui la vita, il suo principio e la sua fine, diventano “negoziabili”, cioè normati dalla legge dell’uomo e non più di Dio, ogni asticella salta, ogni limite appare valicabile, ogni confine appare superabile. Ben lo riassume la bioetica di ispirazione cristiana facendo ricorso, per negare l’eutanasia, all’argomento del “pendio scivoloso” (slippery slope argument) secondo il quale se si infrange una regola etica si imbocca necessariamente una china, una discesa, che ci porta sempre più in basso, verso un’etica puramente autodeterminata. Sicché il fine vita regolato per chi si trova in condizioni di estrema sofferenza fisica e non intende essere oggetto di accanimento terapeutico – situazione ormai accettata e condivisa – può determinare una serie di eventi tali da condurci a una sorta di eutanasia di Stato per una diciassettenne la cui depressione era probabilmente curabile – situazione che a tutti fa orrore.

Noa non è solo vittima della cultura di morte di cui l’Olanda – dove l’eutanasia può essere chiesa a 12 anni – è paladina. Noa è anche vittima di quelle visioni – che vanno dal postumanesimo al transumanesimo – che hanno stravolto il concetto di persona, togliendole ogni valore finalistico, approdando ad un vuoto e assurdo neomaterialismo. Il concetto di persona è stato un velo di protezione che ha funzionato per secoli. L’etica che vi si legava era non solo quella cristiana ma anche quella dell’autoconservazione di sé. Prendiamo San Tommaso d’Aquino. Ci dice che il suicidio è sbagliato per tre motivi: primo, perché per natura ogni essere ama se stesso; secondo, perché l’essere vivente è parte di un tutto e l’uomo uccidendosi fa torto alla società; terzo, perché la vita è un dono divino e spetta a Dio decidere sulla fine della vita di ciascuno. Quando questi principi, funzionali a una collettività finalizzata a crescere e svilupparsi, vengono messi in crisi, la cultura della morte prevale. Si tratta di una terribile sconfitta. Non solo per quel Dio che ormai in tanti negano, ma soprattutto per le persone, per le persone che vivono in relazione (cioè in società) e che restano dinanzi a tutto questo piene di dubbi e di angoscia.

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