Vergogna, il killer di Stefano Leo doveva essere in galera: era libero “per errore”

5 Apr 2019 10:13 - di Adriana De Conto

La vicenda dell’assassinio di Stefano Leo, il ragazzo ucciso nel lungo Po, a Torino, la mattina del 23 febbraio scorso è un incredibile, maledetto caso di «malagiustizia». Said Mechaquat, il ventisettenne che si è consegnato alle forze dell’ordine, confessando l’omicidio era stato condannato a un anno e sei mesi per maltrattamenti in famiglia con una sentenza, diventata definitiva. Doveva essere in cella. Poi lo sfacelo giudiziario. Ci sarebbe stato un ritardo, o un intoppo, nella trasmissione dei documenti dalla Corte d’appello alla procura presso il tribunale.

Il killer di Stefano libero per errore

Morale: non avrebbe dovuto essere in stato di libertà Said Mechaquat. Gli uffici amministrativi avrebbero dovuto comunicare alla procura l’irrevocabilità della pronuncia dei giudici e non l’avrebbero fatto. È inaccettabile che quanto avvenuto, maturato in un quadro di deficit cronico di personale e di conseguenti ritardi nelle comunicazioni degli ordini di carcerazione, possa essere costata la vita di un giovane. Nelle more di tale documenti che si accatastano e che vengono mano a mano «lavorati» e «smaltiti» in ordine cronologico dagli uffici, c’era anche la documentazione rigurdante Said.

Questa la successione degli eventi. Il 20 giugno 2016 era stato condannato a un anno e sei mesi per maltrattamenti e lesioni aggravate ai danni della ex compagna Ambra B. Un inferno durato tre anni. Dal 2011 al 2014 la polizia era intervenuta sei volte a casa loro per sedare le liti. Il giudice della quinta sezione penale Giulia Casalegno aveva negato a Said la sospensione condizionale della pena: quindi in caso di irrevocabilità la sentenza avrebbe dovuto essere eseguita con l’arresto e il carcere.

Per il killer condanna definitiva

Quella condanna – 20 giugno 2016 – è diventata definitiva a ridosso dell’autunno del 2018. L’avvocato del giovane aveva presentato appello, ma in camera di consiglio è stato valutato come «inammissibile». Non si era nemmeno aperto il dibattimento. In quel momento la cancelleria della Corte d’Appello avrebbe dovuto trasmettere l’informazione alla Procura ordinaria che – a sua volta – avrebbe dato corso all’ordine di carcerazione. Non avendo saputo nulla non ha potuto farlo. Una vicendache grida vendetta.

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