Strage di Bologna, i reperti iniziano a “parlare”. Chiesto l’esame del Dna sui resti di Maria Fresu

giovedì 18 aprile 10:03 - di Paolo Lami
La strage di Bologna del 2 agosto 1980

Iniziano a “parlare” e a raccontare i reperti collettati dai periti incaricati dalla Corte di Assise felsinea davanti alla quale si sta svolgendo l’ennesimo processo per la strage di Bologna al più recente imputato, l’ex-Nar Gilberto Cavallini. Che si dichiara totalmente estraneo e innocente.

Brandelli di vestiti e altri oggetti appartenuti alle vittime della strage del 2 agosto, così come le valigie, le borse da donna, i pezzi di panche della sala d’attesa di seconda classe, i documenti d’identità, i portafogli, in parte ritrovati sotto il cumulo di macerie che, subito dopo la strage di Bologna, vennero ammassate alla rinfusa assieme a tonnellate di calcinacci nel sedime della caserma San Felice di Prati di Caprara e li sono rimasti per 39 anni sotto una collinetta, in parte consegnati dai parenti delle vittime per cercare, fra questi materiali che, in un modo o nell’altro, hanno resistito all’ingiuria del tempo, tracce di esplosivo e confermare o smentire le precedenti perizie.

I carabinieri del Racis di Roma stanno cercando – ma è ancora troppo presto per tirare le conclusioni – tracce di nitroglicerina, Tnt, ovvero tritolo, e Rdx, il cosiddetto T4, cioè il set di esplosivi che i primi periti dell’epoca della strage di Bologna ritennero di aver trovato consegnando una verità che ora sta vacillando.
Stavolta le indagini tecnico-chimiche del Racis di Roma alla ricerca degli esplosivi si svolgono con tecnologie e strumentazioni all’avanguardia che, all’epoca delle prime perizie, non erano neanche lontanamente immaginabili.
Macchinari sofisticatissimi, da oltre 300mila euro l’uno, gascromatografi capaci di rintracciare fino a 1ppb, 1 parte per miliardo di esplosivo.

Un lavoro certosino e complicato che richiede grandissima pazienza. E tanti, tanti esami. Ripetuti decine di volte su uno stesso campione per escludere falsi positivi e dare una risposta certa ai quesiti posti dai giudici. Che vogliono capire quanto siano attendibili le precedenti perizie. E se, effettivamente, quella valigia esplosa a Bologna quel 2 agosto 1980 contenesse tutti e tre gli esplosivi insieme, nitroglicerina, tritolo e T4. E non, piuttosto, uno solo dei tre. O, magari, due dei tre. Escludendo la nitroglicerina. Una differenza non da poco che può rimettere in discussione tutto.

Le prime analisi condotte sei mesi fa su un vecchio cartellone pubblicitario dell’Ente Turistico di Bologna che si trovava proprio nella sala d’aspetto della stazione dove esplose la valigia hanno rintracciato solo tritolo. Mettendo così in crisi la ricostruzione ufficiale della strage di Bologna.
Ora si procede per gradi, con altri reperti, molti dei quali consegnati ai periti dai parenti delle vittime della strage di Bologna: una chitarra, una borsa per la subacquea con tanto di pinne e maschera, sventrata dall’eplosione, un vecchio pannello elettrico della Sip dove si spera di ritrovare qualche spezzone di filo elettrico “spurio”, magari appartenuto al detonatore.

Ma, accanto a questi esami chimici, ne stanno per iniziare altri, forse anche più importanti.
I legali di Gilberto Cavallini, l’ex-Nar imputato nell’ennesimo processo sulla strage di Bologna, presentano proprio questa mattina, davanti alla Corte d’Assise di Bologna, presieduta dal giudice Michele Leoni, l’istanza per chiedere ufficialmente di disporre l’esame del Dna sui resti di Maria Fresu, la giovane mamma di Montespertoli che sarebbe stata – unica delle 85 vittime – “polverizzata” e disintegrata dall’esplosione della valigia nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria felsinea quel 2 agosto 1980.

Un esame che si rende oramai obbligatorio e indifferibile di fronte ai molti dubbi che si vanno addensando sulla strage di Bologna e che alimentano forti sospetti visto che di Maria Fresu fu ritrovato poco o nulla. O meglio: le furono attribuiti alcuni resti umani – una mano con 3 dita, uno scalpo con lunghi capelli neri, un osso mandibolare con tre denti, le due arcate sopraccigliari e un occhio – da un medico, il professor Pappalardo, che, all’epoca, parlò di “secrezione paradossa” per far quadrare forzosamente i conti che non tornavano sul gruppo sanguigno della ragazza, facendo inorridire, così, i colleghi ematologi che parlarono di eresia per quella tesi astrusa che poggiava sul nulla, come dimostrò il giornalista Gian Marco Chiocci sul Tempo.

Maria Fresu, così come la madre, il padre e sette fra fratelli e sorelle avevano, tutti, gruppo sanguigno zero. Ma poiché i resti attribuiti a Maria Fresu dal dottor Pappalardo avevano gruppo sanguigno A, il medico si spinse a sostenere che il gruppo sanguigno zero poteva essersi modificato in gruppo sanguigno A per effetto della presunta “secrezione paradossa” attivata dall’effetto termico dell’esplosione.

Su quei poveri resti, riesumati nelle scorse settimane dai periti nel cimitero di Montespertertoli su richiesta della magistratura, stanno, dunque, per essere svolti gli esami del Dna. In maniera da accertare, definitivamente, se quello scalpo con i capelli, quella mano con tre dita, quei denti appartengano, effettivamente, a Maria Fresu.

La giovane mamma, infatti, si trovava nella sala d’aspetto della stazione di Bologna accanto alla figlia Angela, e a due amiche Verdiana Bivona e Silvana Ancillotti con cui si apprestava a partire, in treno, per una vacanza in Trentino. Stavano attendendo l’arrivo del treno quando ci fu la violenta esplosione.
Una delle amiche, Silvana Ancillotti, sopravvisse all’esplosione. E potè poi raccontare cosa accadde in quel momento. Ricostruendo la sua posizione all’interno della sala d’aspetto e quella di Verdiana Bivona, Maria Fresu e della figlioletta Angela.

Secondo la ricostruzione, le tre amiche e la bimba, erano una accanto all’altra. Silvana Ancillotti, come detto, sopravvisse, pur se ferita. Verdiana Bivona e la piccola Angela Fresu morirono travolte dal crollo di una parte dell’edificio, non per l’effetto diretto dell’esplosione, né per le ustioni. Maria Fresu, come detto, scomparve. Volatilizzata.
Impossibile, dice il perito Danilo Coppe, esperto di esplosivi. Che spiega: durante un’esplosione si crea, intorno all’ordigno, un effetto termico circolare che può ustionare le vittime.
Si crea quella che, tecnicamente, si chiama “Fireball“, palla di fuoco.
Gli effetti sulle persone si valutano secondo cerchi concentrici. Le persone più vicine al centro subiscono gli effetti termici e restano ustionate dalla fireball, quelle più lontane risentono, invece, dell’effetto esplosivo.
Fino a quale distanza si viene investiti dalla Fireball?
«Grosso modo si calcola una distanza che è 2 o 3 volte il volume della quantità di esplosivo – spiega Coppe – nel caso specifico parliamo di 2,5-3 metri». Maria Fresu, la figlia e le amiche si trovavano ad una distanza fra i 5 e i 10 metri. Dunque non solo la Fresu non sarebbe dovuta essere volatilizata ma, neanche, ustionata.
Altre vittime si trovavano ancor più vicino all’ordigno, all’interno della fireball. Eppure nessuna di queste scomparve come, invece, accadde alla Fresu.

Di qui la decisione non solo di procedere al repertamento degli esplosivi sui capelli attribuiti a Maria Fresu e ritrovati nella tomba a suo nome nel cimitero di Montespertoli, accanto alla tomba della figlia Angela, ma, anche di procedere all’esame del Dna, sia quello mitocondriale sui capelli, che quello nucleare su unghie e denti. Per escludere che vi possa essere un’86esima vittima.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

In evidenza

contatore di accessi