È un altro caso Kabobo: il killer di Stefano Leo poteva uccidere ancora

lunedì 1 aprile 15:03 - di Carlo Marini

Come Adam Kabobo che uccise tre persone a picconate per strada a Milano. Anche Said Machaouat, che ha confessato di avere sgozzato Stefano Leo, ha ucciso a caso. E poteva colpire ancora.

«Il movente che ci viene raccontato fa venire freddo alla schiena». Così il pm Paolo Borgna dopo il fermo dell’uomo, 27 anni, originario del Marocco e cittadino italiano. Said, uscendo dalla questura di Torino ha mostrato le corna ai fotografi e già viene descritto da alcuni media come “un ragazzo depresso”. 

«L’ho ammazzato perché sorrideva ed era felice».

Stefano Leo è stato ucciso ai Murazzi del Po il 23 febbraio scorso. Said ha comprato il coltello con cui ha sgozzato la vittima la stessa mattina dell’omicidio perché quel giorno voleva uccidere qualcuno. A raccontarlo il comandante provinciale dei carabinieri Francesco Rizzo nella conferenza stampa in cui ha spiegato che in queste settimane sono stati acquisiti 380 filmati attraverso i quali sono stati ricostruiti  gli spostamenti del giovane di quel giorno, dal suo arrivo in piazza Vittorio intorno alle 9.30, la discesa ai Murazzi, fino a quando è fuggito in bus dopo l’aggressione.

Stefano Leo scelto a caso, poteva uccidere ancora

«Le indagini proseguono, stiamo documentando la sua vita per escludere che sia mai venuto in contatto con la vittima», ha sottolineato Rizzo che ha aggiunto: «Il giovane era tornato a gennaio a Torino dopo un periodo trascorso in Spagna, a Ibiza, e in Marocco, dove si era recato dopo aver perso il lavoro. Poi – ha proseguito Rizzo – è tornato nel capoluogo piemontese senza lavoro e senza casa e dormiva nel dormitorio di piazza D’Armi e mangiava nei punti di ristoro assistenziali». «Quella stessa mattina ha comprato un set di coltelli di cui si e’ sbarazzato tenendone con se’ uno solo – ha raccontato ancora Rizzo – e poi, dopo l’omicidio lo ha conservato, a differenza della felpa sporca di sangue di cui si è liberato subito, perché ha detto che forse l’avrebbe di nuovo utilizzato».

«La paura di poter uccidere ancora l’ha portato a costituirsi. Ha detto che non sapeva se  suicidarsi o compiere altri fatti di sangue», ha concluso Rizzo. L’uomo, nato in Marocco era giunto in Italia a sei anni ed era stato seguito dagli assistenti sociali nel 2015, dopo la separazione dalla moglie italiana da cui aveva avuto un figlio. L’uomo era stato denunciato per maltrattamenti. Da due non utilizzava un telefono cellulare.

Secondo il legale di Said, «la storia presenta dei lati ancora da approfondire. Per un delitto così efferato non c’è un movente. Non sono un esperto, ma sembra un ragazzo mite. Potrebbe essere un mitomane».

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