Il 23 marzo 1919 nascevano i Fasci di combattimento. La sfida di chi tornava dalle tempeste d’acciaio

23 Mar 2019 10:00 - di Gabriele Adinolfi

Erano combattenti di trincea, temprati dalle tempeste d’acciaio immortalate da Jünger. Allorché la vittoria mutilata li obbligò a rinunciare ad un palmo di patria, essi non tornarono al calore della casa paterna o muliebre ma combatterono a Fiume, senza un soldo, con poche speranze ma in nome di un imperativo che sentivano superiore ad ogni altra cosa.

Quando infine rientrarono furono vilipesi da una plebaglia che non sopportava di vedere in loro la grandezza di chi col proprio sacrificio ne aveva indirettamente smascherato la meschinità; vennero sminuiti nella dignità da autorità civili e militari pusillanimi e arroganti. Si guardarono intorno e trovarono ovunque speculazioni ignobili, cinismo, ingiustizia sociale, miseria d’animo e di sentimenti.

Di fronte a tanto sfacelo non se ne stettero con le mani in mano. Trovarono un capo e così marciarono alla volta di un nuovo destino, che volevano più giusto.

Il 23 marzo 1919,a Milano, in piazza San Sepolcro lanciarono la sfida che si sarebbe conclusa a Roma tre anni e mezzo più tardi.

Cosa li unì, oltre al vitalismo e all’etica del combattimento? Un asciutto pragmatismo di stampo antico-romano. Mentre le intellighenzie occidentali si perdevano in teoremi razionalistici o in utopie irreali, essi furono indifferentemente rivoluzionari, reazionari e riformisti. Anche in economia abbandonarono i dogmi, equilibrando pubblico e privato, fino a intraprendere una rivoluzione calma e sicura, nel segno corporativo. Presero insomma da qualsiasi cosa quello che ritenevano migliore e si misero a costruire, sempre costruire. La loro fu Sintesi nella concordia sociale. Pragmatismo e buon senso si sposarono con la visione classica della vita e della società. Da Roma, quel modello s’allargò e ispirò le genti le più diverse, fino all’India e al Giappone.

Quell’esperienza fu interrotta dalla guerra perduta. Una guerra che non poteva non essere persa, tenuto conto della differenza di mezzi e uomini, come aveva perfettamente compreso Francisco Franco già al suo nascere. “Si scontreranno – aveva detto – gli invincibili (l’Asse) e gli inesauribili; alla lunga prevarranno gli inesauribili”. Una guerra che nemmeno poteva essere evitata da quando, nel 1938, ci affacciammo sul Corno d’Africa, aprendo le rotte dell’Oceano Indiano e la linea geopolitica euro/africana, come l’aveva definita Mussolini. L’Inghilterra non poteva consentirlo.

Un secolo dopo Piazza San Sepolcro e quasi ottant’anni dopo la guerra, il bilancio generale è ingrato. I sistemi comunisti sono miseramente falliti. Il liberalismo occidentale è andato in crisi dopo aver messo a frutto la ricostruzione bellica, il colonialismo e la prima fase della decolonizzazione. Oggi, nella concorrenza globale, nel tramonto demografico, nel caos migratorio, non è più in grado di assicurare lo stato sociale né la piena occupazione ed è alle prese con un debito vertiginoso.

Una società vecchia e disgregata è chiamata a fare i conti con l’era satellitare, con le sfide informatiche e cibernetiche, con la robotizzazione del lavoro, con la china biologica discendente. Nessuno è in grado di prevedere se riuscirà a venirne a capo. Di certo è solo il fatto che non ci sono più soluzioni preconfezionate a cui affidarsi e che è indispensabile costruire con fantasia e pragmatismo, facendo conto su di sé. Cent’anni fa questa necessità fu colta e andò in un certo modo. Domani è tutto da scrivere.

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