Libro-denuncia di un antropologo: il politicamente corretto uccide la libertà

30 Gen 2018 14:13 - di Lisa Turri

Nella civile e progredita Svezia, se affermi che le politiche dell’integrazione sono state fallimentari, vieni bollato come razzista e fascista. E’ accaduto nel 1997 alla moglie dell’antropologo americano Jonathan Friedman che ne ha tratto spunto per un suo saggio che farà discutere, Politicamente corretto. Il conformismo morale come regime (Meltemi), ora disponibile in italiano. Friedman insegna all’università di Lund e, come già prima di lui la moglie,  è a sua volta considerato un pericoloso reazionario.

Intervistato da Elisabetta Rosaspina per La Lettura, l’inserto culturale del Corriere della sera, Friedman osserva: “Lo so, mi accusano di essere un fascista. Posso assicurare che non è assolutamente il caso: al contrario. Ma ciò conferma la tesi di fondo del mio libro: il politicamente corretto emerge in periodi storici di grande suscettibilità, quando sono in corso trasformazioni della società secondo progetti di alcune élite, come la sinistra borghese, insicure delle loro stesse posizioni”. Friedman denuncia il fatto che proprio nel mondo accademico la situazione sta divenendo insostenibile, e cita il caso di un docente di Harvard accusato di sessismo negli anni Novanta per avere citato nel suo libro di testo una riga della poesia Don Juan di Byron. Alla fine il rischio è di censurare la ricerca perché “se vuoi essere politicamente corretto finisci per importi dei limiti nelle domande”.

La moda del politicamente corretto ha cominciato a dilagare proprio negli anni Novanta nelle scuole e negli atenei americani. In un libro del 1993, Americani, lo raccontava molto bene Alberto Pasolini Zanelli parlando di un episodio che anticipava le moderne distorsioni operate sulla Carmen di Bizet o la scelta di un attore nero per il ruolo di Achille nella serie americana sulla guerra di Troia. Accadde infatti che al Teatro dell’Opera di Washington fu censurato Il Flauto Magico di Mozart, tagliata la scena in cui due uomini parlano dell’astuzia delle donne (scena sessista) e Monostatos il Moro diventa un bianco che a Papageno parla di uomini “strani” e non “neri” (dialogo altrimenti sospettato di razzismo).

Ribellarsi al pensiero dominante è possibile? Secondo Friedman sarà sempre più difficile: “Per anni ho creduto che il politicamente corretto sarebbe presto scomparso ma si è soltanto evoluto. Se prima chiudeva la bocca alle persone facendole vergognare, ora sta diventando violento”. La guerra delle statue in America sta lì a dimostrarlo.

 

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