Il giorno più lungo di Renzi si chiude con l’abbraccio ad Agnese (video)

5 Dic 2016 10:36 - di Ginevra Sorrentino

Sconfitto. Frastornato. Deluso. Commosso. È un Matteo Renzi teso e che si sforza di sorridere con gli occhi rossi, quello che si presenta ai giornalisti e agli elettori che a suon di No hanno decretato la sua debacle. Un Matteo Renzi provato che annuncia le sue dimissioni con voce rotta dalla commozione e concludendo con un sentito ringraziamento a moglie e figli: «Grazie ad Agnese per la fatica di questi mille giorni e per come ha rappresentato splendidamente il Paese. Grazie ai miei figli». Undici minuti di discorso per accomiatarsi e dire addio a Palazzo Chigi, assumendo su di se la sconfitta e riconoscendo la vittoria del fronte del No. Mano in tasca, tolta e poi rimessa, il premier ha perfino cercato di sdrammatizzare con qualche battuta: ma la tensione in sala si taglia con il coltello. E alla fine, si scioglie nell’abbraccio alla moglie immortalato dai flash pochi istanti prima di lasciare la Sala dei Galeoni e di chiudersi la porta alle spalle, senza rispondere alle domande…

Renzi ringrazia la moglie Agnese e i figli 

«Volevo tagliare poltrone, non ce l’ho fatta. La poltrona che salta è la mia», afferma Renzi ringraziando, con voce rotta, la moglie Agnese e i suoi figli e assicurando che il governo dimissionario si impegnerà comunque per completare l’iter della legge di bilancio e nell’assistenza alle popolazioni terremotate. E, in ogni caso, «l’Italia può contare sulla guida autorevole e salda di Mattarella», ribadisce il premier, che poi si rivolge al fronte del No in chiave post-Italicum: «A voi onori e oneri, tocca a voi fare una proposta sulla legge elettorale». La sua è archiviata nella teche della sconfitta: una disfatta a 360 gradi, quella del premieri dimissionario. Un trionfo netto, nettissimo, quello decretato e ottenuto dal fronte del No. Un responso delle urne che segna «un prima e un dopo» nella politica italiana. Il No alla riforma stravince con il 60% delle preferenze e travolge Matteo Renzi e il suo esecutivo: «Il mio governo finisce qui, vado via senza rimorsi», confessa il presidente del Consiglio in un altro dei passaggi del suo discorso d’addio, in cui riconosce la «sconfitta netta» e annuncia che nel giro di una manciata d’ore consegnerà le sue dimissioni irrevocabili al presidente della Repubblica. Di tutt’altro tenore la reazione del fronte del No, unito idealmente da un lungo boato di esultanza. Invece, per il governo Renzi e per il Pd è una notte da dimenticare. Una notte che comincia malissimo con i primi exit poll che non lasciano spazio alle illusioni dando il Sì a percentuali che non superano il 46%. La forbice, con il passare delle ore, si allarga, con il No che supera il 59% e il Sì fermo a poco più del 40%. Dati ai quali va accompagnato quello dell’alta affluenza, che si attesta al 69%. Lega e Forza Italia, già nei minuti successivi alla chiusura dei seggi, chiedono le dimissioni del premier. «È la vittoria del popolo contro i poteri forti di tre quarti del mondo», esulta il leader leghista Matteo Salvini, laddove il capogruppo FI Renato Brunetta attacca: «Per Renzi è game over».

Mille giorni di governo e quel 4 dicembre…

La giornata più lunga dei mille giorni di governo renziano era cominciata presto per Renzi, dopo aver votato in mattinata a Pontassieve. Poi il premier è rientrato a Roma nel pomeriggio quando dagli exit polls si era capito che più che una sconfitta il governo avrebbe subito una batosta. Con la moglie, il portavoce e pochissimi fedelissimi ha preferito aspettare i dati a Palazzo Chigi e non al Nazareno, dove erano riuniti i ministri più stretti, come Maria Elena Boschi e Dario Franceschini, e i vertici del Pd. Mentre dentro Palazzo Chigi i giornalisti stranieri parlavano di “Renxit” in attesa di salire alla Sala dei Galeoni, fuori, a pochi metri dalla sede del governo, una trentina di militanti dell’Usb hanno acceso dei fumogeni al grido di «Dimissioni, dimissioni». Pochi minuti di tensione, subito calmati dalla polizia, mentre il leader Pd confermava nei dati reali del Viminale l’entità della perdita. Non è la prima sconfitta per Renzi, battuto alle primarie per la premiership da Bersani nel 2012, ma sicuramente questa è la più dura. «C’è rabbia, delusione, amarezza, tristezza», elenca il leader dimissionario che poi, rivolgendosi a volontari e militanti, con parole quasi da congedo definitivo, assicura: «Tornerete a festeggiare una vittoria». Se lui ci sarà ancora è davvero presto per dirlo.

 

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