Un docu-film ricorda l’assassinio di Sergio Ramelli

1 Mar 2012 20:12 - di

Aveva diciotto anni Sergio Ramelli, il giovane militante del Fronte della Gioventù, massacrato a colpi di chiave inglese da esponenti di Avanguardia operaia e morto dopo 47 giorni di agonia il 29 aprile del 1975.
Ora l’associazione “ArezzoZero” sceglie di commemorare la sua figura con la proiezione della prima toscana del docu-film di Paolo Bussagli Milano Burning. Una pellicola realizzata grazie al finanziamento del ministero della Gioventù e alla collaborazione del Cdrc di Firenze. L’appuntamento è per domani sera alle 21 al Teatro comunale degli Antei, a Pratovecchio, provincia di Arezzo, in via Verdi. «Ci sembra giusto ricordare la terribile storia di questo giovane militante del Fronte della gioventù – spiega la dirigente aretina Carlotta Buracchi – Una vicenda che si intreccia con il risvolto peggiore degli anni Settanta. Un periodo in cui troppi coetanei di Ramelli credevano davvero che uccidere un fascista non fosse un reato. Ingredienti pericolosi purtroppo rievocati anche nelle recenti contestazioni del cosiddetto antagonismo». Lo svolgersi di quello storico processo è ovviamente al centro della narrazione. Attingendo all’archivio storico di “Radio Radicale” l’autore ha infatti ripercorso le varie tappe del procedimento penale che si aprì diversi anni dopo il fatto. Contributi utili per comprendere l’importanza dell’episodio nella storia della prima repubblica. Le aule del tribunale di Milano videro alternarsi famosissimi penalisti, futuri ministri e magistrati che occuperanno ruoli di primo piano. Il caso Ramelli diede vita anche a una serrata discussione sugli anni di piombo, al punto che Democrazia proletaria organizzò un convegno al quale prese parte l’intero gotha dell’intellighenzia della sinistra italiana: personaggi come Miriam Mafai, Rossana Rossanda, Gianluigi Melega, Claudio Petruccioli, Stefano Rodotà, Adriano Sofri, Ludovico Geymonat e molti altri ancora. Dibattito che non permise di eliminare un odioso velo di omertà e complicità. Oggi la storia di Ramelli rappresenta una ferita aperta. Non resta altro che ricordare per evitare che odio e discriminazione prendano nuovamente il sopravvento.

La ricostruzione della vicenda

Il 13 marzo 1975 Sergio Ramelli era di ritorno alla sua abitazione, in via Amadeo a Milano; parcheggiato il suo motorino poco distante, in via Paladini, si incamminò verso casa. All’altezza del civico 15  fu assalito da un gruppo di giovani di Avanguardia Operaia armati di chiavi inglesi: il ragazzo, dopo aver tentato disperatamente di difendersi proteggendosi il capo con le mani veniva colpito più volte e lasciato a terra esamine. Alcuni passanti lo soccorsero. Trasportato al reparto Beretta del policlinico per trauma cranico, in stato comatoso, morì il 29 aprile 1975 dopo 47 giorni di agonia. Sergio era un ragazzo come tanti altri, che viveva i suoi 18 anni diviso tra lo studio, la passione per il calcio, la fidanzata e la politica. Frequentava l’Istituto tecnico Molinari di Milano, quando fu bollato con il marchio di “fascista” solo per aver scritto un tema in classe in cui biasimava gli omicidi delle Brigate Rosse. Fu così che Sergio dovette subire un “processo popolare” nella sua scuola, indifeso dai professori, dal preside, dai suoi stessi compagni. Fu così che venne aggredito più volte ed espulso dall’Istituto senza che le autorità scolastiche, la stampa, la magistratura o la polizia si opponessero. Fu costretto a cambiare scuola, ma non volle tradire i suoi amici e le sue idee continuando a frequentare il Fronte della Gioventù. Identificato, minacciato, inseguito, poi aggredito in un bar, insieme al fratello e, infine, atteso sotto casa quel maledetto 13 marzo del ‘75. Per colpirlo si era mosso un commando di 10 persone che neppure lo conoscevano e che utilizzarono una foto “segnaletica” scattata da un suo compagno di classe.

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