Milano: al rogo “Falce e carrello” il libro galeotto

19 Set 2011 20:40 - di

Sono già arrivati gli anni in cui è ambientato Fahrenheit 451, il film tratto dal romanzo di Ray Bradbury Gli anni del rogo, pubblicato da Urania nel 1953? Come si ricorderà, il romanzo parlava di un ipotetico futuro in cui era reato leggere libri di qualsiasi genere, che la polizia bruciava semplicemente in piazza. Non siamo ancora a quel punto, ma certo è che oggi è proibito leggere libri che accusino una determinata parte politica, sia pure con tanto di prove e documenti. La sentenza della magistratura di Milano (guarda caso) contro Bernardo Caprotti, il presidente dell’Esselunga, autore del best seller Falce e carrello è francamente preoccupante. Il libro, hanno detto i giudici, dovrà essere ritirato dal commercio, e Caprotti dovrà pagare alle Coop, oggetto – secondo la magistratura – di attacchi diffamatori – ben 300mila euro. Come dire, piove sul bagnato.
Caprotti è un pioniere della grande distribuzione in Italia, con Esselunga iniziò negli anni Cinquanta a Milano, e già allora il quotidiano socialista l’Avanti! lo attaccò duramente accusandolo di voler ridurre sul lastrico i piccoli rivenditori. Quando però comparvero sul mercato le Coop rosse, il quotidiano socialista non parlò più. Nella sua espansione Caprotti – che opera solo al Nord Italia – si è trovato più volte in competizione con le Coop, che a suo dire erano favorite dalle amministrazioni locali rosse, circostanza che ha documentato proprio in Falce e carrello, scritto a 81 anni, evidentemente esasperato da quella che lui giudicava una concorrenza sleale, proprio il reato per cui è stato oggi condannato dai solerti giudici di Milano. Che le Coop siano presenti soprattutto nelle regioni rosse non è un mistero per nessuno: a fronte di 140 punti vendita totali dell’Esselunga, la Coop ne ha quasi 1500, di cui 219 e 205 rispettivamente in Toscana ed Emilia Romagna, le regioni dove ha il più alto numero di punti vendita. Chiunque abiti in quelle regioni lo sa, quello della Coop è praticamente un monopolio, e Caprotti pure se ne accorse quando tentò di espandersi: progetti, permessi, burocrazia a tutt’andare, e quando sembrava essere sul traguardo, ecco che le amministrazioni (rosse) avevano sempre un ultimo cavillo, un bastone tra le ruote da mettere. Cosa che non accadde mai – e tuttora non accade – per le Coop, che progressivamente si sono inserite fino a quasi far scomparire la concorrenza.
Insomma nel 2007 Caprotti pubblicò questo libro, che ebbe un grandissimo successo editoriale; le Coop denunciarono, forse solo come atto dovuto, e oggi, quattro anni dopo, i giudici stabiliscono che le Coop hanno ragione. Non tutte però: l’anno scorso infatti la Coop Liguria perse la causa intentata contro Caprotti, al quale avevano chiesto la risibile cifra di 30 milioni di euro. Secondo il giudice, «una valutazione complessiva della parte centrale del libro interessata alla posizione della Coop Liguria non evidenzia alcuna dolosa o colposa alterazione dei fatti storici riportati e le valutazioni critiche espresse, se pur negative, non si traducono in un attacco gratuito all’immagine della Coop…». In un capitolo del volume, tutto dedicato a criticare il sistema di agevolazioni fiscali e a denunciare gli appoggi politici delle Coop, Caprotti racconta dell’acquisto nel 1984 di un immobile in Valpolcevera a Genova per costruire un supermercato, ceduto nel 1989 per gli ostacoli posti dal Comune all’apertura del punto vendita, che venne poi inaugurato l’anno successivo con insegna Coop. A Livorno, invece, i terreni dove sorgerà un centro commerciale passeranno alla Coop per una cifra compresa tra i 25 e i 30 milioni di euro, mentre Esselunga ne aveva offerti addirittura 40. Di esempi così ce ne sono a bizzeffe nel libro, ma i giudici hanno stabilito che le Coop hanno ragione e che Caprotti le ha diffamate…
Ma è la tempistica che può far nascere qualche dubbio: la sentenza piomba proprio mentre il Pd è messo sotto accusa per la vicenda Penati. «Ascolto con piacere qualche autorevole voce fuori dal coro di silenzi imbarazzanti sulla vicenda della distruzione di Falce e carrello. Pierluigi Battista e Marcello Veneziani hanno almeno avuto il coraggio di indignarsi di fronte ad un gesto terribile e che chiama alla memoria vecchi roghi di periodi bui della storia», ha affermato il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri, commentando le sentenza. «A fare impressione – ha aggiunto Gasparri – sono due cose. L’evidente ipocrisia della sinistra che interpreta l’articolo 21 della Costituzione solo attraverso la sua lente. Assurdo appellarsi a esso quando invece si tratta anche solo di sfiorare il totem delle Coop rosse. La seconda è l’indifferenza generale di fronte ad un gesto, qual è appunto la distruzione di un libro, che in un Paese democratico, libero e civile non dovrebbe neanche ipotizzarsi». Perplesso anche il giurista Francesco Saverio Marini, professore di Diritto pubblico all’università di Roma Tor Vergata: «La libertà di manifestazione di pensiero, prevista dall’articolo 21 della Costituzione , sembra in questo caso esser stata limitata dal principio di libera concorrenza, che non ha rango costituzionale». La decisione «lascia perplessi», ammette il giurista, e «richiama alla memoria ben altre situazioni». Tuttavia, ricorda Marini, «il sequestro di stampati che danno luogo a illeciti è una possibilità prevista e ammessa dal nostro ordinamento giuridico: è un’ipotesi estrema ma pur sempre una possibilità. Certo – ribadisce – lascia perplessi che sia stata decisa per salvaguardare la libera concorrenza».

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