«Sono ministro, no ministra», la Bongiorno si irrita: basta boldrinismi

I particolari che fanno la differenza. Gelo in studio. Se Laura Boldrini fosse stata davanti la tv, avrebbe avuto un attacco di stizza, di frustrazione. Su SkyTg24 Maria Latella intervista Giulia Bongiorno. Il bello arriva quando la giornalista dà il saluto all’ospite. «Benvenuta alla ministra della pubblica amministrazione», dice esultando durante L’intervista. La Bongiorno ha un sussulto: «No, no sono ministro», l’ha subito redarguita interrompendo la giornalista in diretta tv, devota, come tante colleghe al costume politicamente corretto di aggettivare tutti i sostantivi al femminile. Ha spiegato  la Bongiorno, anche secondo logica: «Essendo chiamata avvocato nella professione, credo che i ruoli non vadano al maschile o al femminile. Quindi ministro». I particolari fanno la differenza tra formalismi e concretezza.

La “crociata” boldriniana di  declinare al femminile anche ai termini tradizionalmente maschili, come “ministra“,  ma anche “sindaca“, con evidente effetto cacofonico, hanno in realtà molte giornaliste “devote” al precetto dell’ex presidente della Camera. Lilli Gruber da 8 e mezzo, un esempio per tuttiappella tutte le ospiti aggettivandone al femminile la professione o la carica istituzionale, anche quando l’effetto fa a cazzotti con il buion senso. Ormai quella che per molti termini diventa una vera e propria storpiatura, sembra che debba essere ugualmente accettata pedissequamente. Non è così. Lo hanno dimostrato alcune parlamentari che poco tempo fa hanno ricusato termini quali ministra presidenta e sindaca dalle carte ufficiali. Ora la Bongiorno. La goccia che scava la roccia. Poco a poco si scardineranno questi formalismi vuoti e privi di contenuto che tanto piacciono a una certa sinistra. Ci vuole pazienza.