Arcobaleno addio, gli italiani amano le Forze Armate. Dieci sondaggi di Fratelli d’Italia

Gli italiani tifano per le Forze Armate e le considerano il massimo esempio di valore civile e di coesione nazionale. Non solo: le vorrebbero più incisive e visibili. È il risultato sorprendente di dieci sondaggi commissionati da Fratelli d’Italia al Centro studi AnalisiPolitica, otto dei quali effettuati nell’estate 2018 e tre nel dicembre 2017. I quesiti riguardano principalmente la percezione del ruolo e dell’immagine delle Forze Armate nella difesa delo Stato, nella politica diplomatica, nel tessuto sociale nazionale e nei teatri internazionali. Per una schiacciante maggioranza, l’83 per cento, il governo dovrebbe avere come priorità Forze Armate efficienti e affidabili, un dato cresciuto di sei punti rispetto a dieci anni fa. E, sopratutto, dovrebbe esistere un esercito comune europeo, al di là e nel rispetto dell’Alleanza atlantica.

Gli italiani tifano per le Forze Armate

Due italiani su tre pensano che la nostra condotta nelle missioni internazionali ci renda un Paese sempre più affidabile agli occhi del mondo, oltre la metà degli intervistati è convinta che un’Italia debole militarmente sarà meno rispettata all’estero. Il 74 per cento vorrebbe che si organizzassero missioni ad hoc per difendere le comunità cristiane perseguitate nel mondo. La maggioranza ritiene positivo ripristinare il servizio di leva obbligatorio anche come strumento, su base regionale, di collaborazione con le Forze dell’ordine e la Protezione civile. Dati che scardinano i luoghi comuni di un generico pacifismo arcobaleno maggioritario nel paese.

Fratelli d’Italia: basta pacifismo di maniera

Isabella Rauti, promotrice dell’iniziativa, parla di «sovranismo militare» da accompagnare a quello politico, in una nazione, come l’Italia, «dove i nostri concittadini tifano per le forze armate, perché rappresentano l’identità nazionale». La senatrice di Fratelli d’Italia, ufficiale riservista, illustrando il dossier a Palazzo Madama si collega a due elementi: da un lato il centenario della fine della prima guerra mondiale con la vittoria italiana contro l’esercito austro-ungarico il 4 novembre 1918, dall’altro la previsione di tagli, non ancora dettagliati, al comparto della difesa e delle forze armate. Parte anche da qui il pressing di Fratelli d’Italia perché il governo spezzi il continuismo di questi anni con le continue sforbiciate a un settore strategico.

Ignazio La Russa, ex ministro della Difesa, si concentra sui valori della coesione nazionale che scuola e famiglie devono coltivare e sulla possibilità di re-introdurre  una sorta di “leva obbligatoria rivisitata”, «magari per un periodo limitato  40 giorni, come era il “vecchio” Car, come esercitazione di volontariato insieme alle associazioni d’arma», dice ammettendo l’impossibilità di far resuscitare la vecchia naja. Presenti in conferenza stampa anche il capogruppo al Senato di Fdi, Luca Ciriani, che accende i riflettori sui fondi: «È viva la preoccupazione per gli annunciati tagli del comparto, soprattutto non sapendo come andranno a intervenire. Servono scelte chiare e finanziamenti certi, con la necessità di scegliere il futuro della nostre Forze armate, finanziandolo adeguatamente». Salvatore Deidda, parlamentare di Fratelli d’Italia, invece, ricorda la politica miope e colpevole di questi anni e la necessità di dare nuova linfa alla difesa e alla sicurezza. «L’organico dei carabinieri, per esempio, è fermo a 30 anni fa. Mancano i soldi? Vanno fatte scelte di priorità – spiega ricordando le numerose proposte di legge e interrogazion di FdI anche in materia di indennità – serve la volontà politica, specie di fronte a sondaggi, come quelli presentati oggi, che ci danno la misura della percezione degli italiani nei confronti dei nostri soldati». Che non sono – osserva il generale Arnaldo Ferrari Nasi – quelli della retorica arcobaleno che distribuiscono caramelle ai bambini in Afghanistan. «Le pacche sulle spalle non mi sono mai piaciute – dice – e mi riferisco a quelle dei colleghi americani. Vanno riconsiderate anche le missioni internazionali. Troppo generiche le motivazioni addotte. Occorre ripensare gli obiettivi, occorre dettagliare quali sono gli interessi nazionali, oltre a quelli dell’Alleanza atlantica, in quei teatri di guerra»,