Manovra, il deficit è una scorciatoia: la vera questione è eliminare gli sprechi

Riceviamo da Enea Franza e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Nei dibattiti che ci capita di ascoltare a commento alla manovra economica dell’attuale governo,  e negli articoli leggiamo, a nostro avviso, per chi non sia avvezzo a lavorare con i numeri non sempre riesce, a cogliere appieno le questioni oggetto di detta manovra. Alla fine sembra che la questione si riduca al fatto che col maggiore deficit ci sono problemi a rifinanziare a scadenza il debito sottoscritto. Vista cosi la questione si potrebbe pensare che il problema sia risolto  una volta che si trovino le persone che volontariamente o meno sottoscrivano il nuovo debito, magari solo pagando un più d’interesse.  Evidentemente, siamo tutti convinti che non si possa arrivare al default, questione che, invece, assumerebbe tutt’altra importanza.

La questione del debito, tuttavia, non può riassumersi nell’idea (peraltro, di per sé corretta) che con meno debito si vive meglio perché non si devono pagare interessi ai finanziatori e, quindi,  quel denaro resta a disposizione per spese (acquisti di beni o servizi ) o trasferimenti (aumenti degli stipendi degli impiegati statali o per pensioni sussidi), oppure, addirittura, per una riduzione del prelievo fiscale; in effetti ben potrebbe essere possibile aumentare, in certe condizioni economiche, il debito senza sostenere alcun costo, ad esempio, in caso di un tasso d’inflazione monetario maggiore del tasso d’interesse da pagare sul debito. 

Dunque tutto è complicato quando si parla di economia e, le variabili da considerare nell’affrontare una discussione in materia sono molte. Anche a questo, tra l’altro, si riferisce il ministro Savona quando affronta la questione della “quadratura” della manovra economica, sostenendo che sono tanti i modelli economici che possono utilizzarsi e che, ciascuno, da risultati diversi. Ma allora, se le cose stanno effettivamente cosi, non ci sono effettive possibilità di conoscere la verità? 

A tale domanda che mi sono sentito porre da alcuni dei miei studenti di economia, rispondo fermamente di no e che esistono leggi in economia di cui non può non tenersi conto. Esse sono come delle grandi autostrade che una volta prese  – se seguite disciplinatamente –  portano ad un risultato determinato; possono certamente prendersi scorciatoie, ma queste sono irte di pericoli. 

Bene. Veniamo al nostro debito. 

Una delle leggi fondamentali dell’economia, l’equazione dinamica del debito pubblico, ci dice che il debito è destinato ad aumentare pure se le entrate coprono le spese al netto degli interessi, e ci dicono pure la misura dell’incremento che cresce al tasso d’interesse di mercato in modo esponenziale al tempo – in formule: Debito (1 +i%)t . Dunque, gli economisti sapendo qual è il debito in circolo e quello che devono rimborsare nell’anno, calcolano il debito complessivo formulando ipotesi sui tassi d’interesse. Ma ricordiamo che il tasso d’interesse – ma meglio sarebbe dire i tassi d’interesse –  si forma sul mercato, anche tenuto conto degli indirizzi di politica monetaria della banca centrale, che in un certo senso interviene con politiche di stabilizzazione che tentano di ricondurre le fluttuazioni naturali alle linee programmate.  

Dunque, pur in quadro d’incertezza si può stimare il peso delle uscite a carico del bilancio dello Stato. 

Per altro verso, un’altra legge economica guida gli economisti per valutare l’impatto della spesa pubblica. Il c.d. teorema del bilancio in pareggio che ci consente di spendere in deficit.  Andiamo con calma e cerchiamo prima di spiegarci con un esempio. Decidiamo di aumentare la spesa pubblica con l’assunzione di nuovi dipendenti pubblici senza aumentare le tasse per pagare i nuovi dipendenti. Ciò ci porta a pensare che il nostro deficit non può che peggiorare e che lo sbilancio sarà proprio pari al costo dei nuovi stipendiati.  Ebbene se facciamo attenzione possiamo rilevare che  gli stipendi pagati sono in realtà nuovo reddito che verrà impiegato per comprare beni e servizi che prima non erano richiesti; ciò aumenta i profitti  delle imprese e con esse il reddito nazionale che a sua volta alimenta un flusso di imposte a coprire il deficit (esistono,  ricordiamolo per inciso, degli elementi riduttivi dell’effetto moltiplicativo che sono la propensione al risparmio, quella alle importazioni  e la tassazione, ma di cui ora taceremo). 

Adesso tale teorema, visto sotto un aspetto particolare, ci conduce ad alcune riflessioni che possono spiegare come si possa aumentare la spesa, prevedere un aumento delle tasse a pagare l’incremento della spesa ed ottenere un aumento dell’occupazione, rimediando ad una depressione senza aumento del deficit. Tale miracolo è il cosi detto effetto Haavelmo ed il trucco sta proprio nel considerare nel calcolo l’effetto delle variabili riduttive di cui abbiamo fatto cenno (propensione marginale al consumo, all’importazione e la tassazione). 

Nella sostanza la scienza economica ha dei modelli, delle strade maestre (vere autostrade) che, se vengono seguite con disciplina, portano a risultati certi e determinabili. Il problema nasce quando si vogliano seguire, invece, dei sentieri che proprio perché poco praticati nascondono trappole e per i quali di fatto il raggiungimento della meta è sottoposto a troppe condizioni.

Ecco riassumerei in tal modo  la scommessa del nuovo governo; in altri termini, il percorso logico seguito presuppone che troppe condizioni si verifichino perché si realizzi l’obiettivo auspicato dal governo giallo-verde.  

Penso, però, si possa tutti concordare sulla necessità di seguire una strada diversa da quella “maestra” seguita fino ad oggi nel disegnare i vari Def presentati negli ultimi anni. In effetti, il fallimento di quelle politiche economiche sono sotto gli occhi di tutti.  Direi che nessuno fino ad ora – e tanto meno il  governo che si dichiara del popolo –  ha neanche minimamente  aggredito i nodi dello spreco del pubblico denaro, che si perde nei rivoli di un’amministrazione pubblica centrale e locale allo sfascio, di un settore parastatale (dalla Tv di stato alle aziende pubbliche parassitarie, senza parlare delle varie prebende politiche e sindacali ecc.) e di una giustizia non giusta, il tutto finanziato con un pressione fiscale (anche in questo Def, purtroppo, in aumento) davvero asfissiante.