2 agosto, l’accusa allarga il processo al caso Valerio Verbano

Riceviamo da Massimiliano Mazzanti e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Giusto per non farsi mancare nulla, al “minestrone” giudiziario che bolle in pentola e dentro il quale si vorrebbe alfine “lessare” Gilberto Cavallini, non poteva mancare l’“ingrediente” Valerio Verbano. Quale nesso possa avere la morte dell’estremista romano di Autonomia operaia con la bomba alla stazione di Bologna non è difficile da capire, dal momento che semplicemente non esiste alcun nesso, non fosse per altro, per il fatto che il giovane fu assassinato sei mesi prima dell’attentato nel capoluogo emiliano; dunque, si tratta solo dell’ennesima “divagazione sul tema” che sta rendendo anche questo dibattimento in corso – per usare l’espressione di Alessandro Pellegrini, difensore dell’imputato insieme a Gabriele Bordoni e Mattia Finarelli – il <solito processo totale> contro la destra eversiva e non degli anni ’70 e ’80. Ormai, gli avvocati la prendono con filosofia: acquisire nell’incolmabile faldone del processo anche uno dei fogli superstiti dell’archivio che Valerio Verbano metteva insieme sulla Destra romana non affaticherà ulteriormente più di tanto coloro che sono chiamati a rispondere colpo su colpo alle fantasticheria della parte accusatoria; ma resta la sensazione che, dell’imputato, interessi sempre meno, preferendo scandagliare episodi e situazioni che, sì, riguardano l’epoca degli “anni di piombo”, ma in nulla possono contribuire all’accertamento delle responsabilità eventuali di Cavallini. Senza contare che immettere presunti “documenti” di Verbano nel processo non può che riesumare vecchie e ormai inutili polemiche sulle attività di quel ragazzo che, all’epoca, si fece coinvolgere nel “gioco sporco” delle “schedature” degli avversari politici che ebbe un ruolo tristemente nefasto del proliferare della violenza degli anni ’70. Per di più, se tra le poche righe ora inserite nel materiale del processo ci fossero delle considerazioni sullo stragismo, che valore potrebbero avere, in aula di giustizia, le opinioni di un diciannovenne senza concreta esperienza investigativa e possibilità di approfondimento dei fatti? A questo punto, poi, diventa allora sempre più sensata l’audizione dell’ex-terrorista Carlos, di quell’ilich Ramirez Sanchez sul quale s’impernia la parte oscura della così detta “pista palestinese”. Proprio oggi i legali di Cavallini hanno depositato la “nota difensiva” con cui rinnovano la richiesta di far testimoniare colui che sparse paura e sangue per ogni dove e che da tempo sostiene di sapere fatti importanti su Bologna. Bordoni e Pellegrini hanno ricostruito a favore della Corte d’Assise la genesi delle mancate audizioni – sia da parte dei deputati della Commissione stragi sia da parte dei magistrati italiani – e spiegato il perché sia essenziale colmare questa mancanza, elencando ben 25 questioni precise su cui Carlos dovrebbe essere chiamato a rispondere. Si tratta non solo delle vicende legate al “lodo Moro” – la cui esistenza è stata confermata proprio durante questo dibattimento dal generale Mario Mori -, ma dei contatti che Carlos o i gruppi da lui diretti e partecipati intrattennero con le organizzazioni palestinesi, con le Brigate rosse o altre sigle dell’estremismo di sinistra, con esponenti dei servizi segreti italiani, con Rita Porena e, infine, delle informazioni che lui ebbe circa le attività sviluppate – anche in modo inquietante – dalla Cia e dal Mossad nel territorio italiano.