Heidegger nazista immaginario. Un libro riapre la questione dei “Quaderni neri”

domenica 23 settembre 17:05 - DI Annalisa Terranova

La pubblicazione, a partire dal 2014, dei Quaderni neri di Heidegger, serie di annotazioni a margine del suo lavoro filosofico, ha riaperto la questione dell’Heidegger “nazista e antisemita”. Diversi studiosi si sono opposti a questa semplificazione, tra questi Eugenio Mazzarella, che torna sull’argomento con un denso libretto in questi giorni in libreria: Il mondo nell’abisso, Heidegger e i Quaderni neri, (Neri Pozza, pp. 110, euro 12,50).

I Quaderni sono uno zibaldone assai ampio nel quale 19 brevi estratti relativi ad ebrei, ebraicità e cristianesimo (poche frasi rispetto a 1900 pagine di appunti) sono sembrati sufficienti per mettere alla sbarra il filosofo giudicandolo un inguaribile antisemita, sia pur se un “antisemita indispensabile” secondo la definizione di Gianni Vattimo. Heidegger tuttavia tratta la questione nell’ambito della più ampia riflessione sull’Essere e sulla svolta ontologica che conduce dalla grecità al cristianesimo. Una parabola discendente, un piano inclinato per spiegare il quale il filosofo cita l’ebraismo. O meglio, cita anche l’ebraismo.

Secondo Mazzarella non siamo in presenza di un antisemitismo “istoriale”, semmai “speculativo” e ininfluente sui processi storici ai quali Heidegger assisteva come “un piccolo borghese tedesco nazionalista frustrato dagli esiti di due guerre mondiali disastrosamente perse”. Si aggiunga a questo il fatto che Heidegger non fu mai ideologo di riferimento per il nazionalsocialismo e che anzi per lui il principio della razza era “pura volgarità filosofica”.

Ed ecco il passo incriminato in cui Heidegger rivelerebbe il suo spirito antisemita: “L’anti-Cristo deve provenire, come ogni anti-, dallo stesso fondamento essenziale di ciò contro cui è anti-,quindi di ‘Cristo’. Egli proviene dall’ebraicità. Quest’ultima è, nell’epoca dell’Occidente cristiano, cioè della metafisica, il principio della distruzione…”. Un passo che riecheggia riflessioni già avviate da Nietzsche e che sono solo una “semplificazione della vicenda dell’Occidente greco-ebraico-cristiano della storia della metafisica heideggeriana”. In altre parole un passo che si inserisce nella ”enorme semplificazione concettuale che fa del cristianesimo il cuore nichilistico dell’Occidente come terra del tramonto dell’Essere”.

In pratica non è in quei brani infelici che si trova il vero Heidegger. Non è in quegli estratti che sarà possibile leggere il suo reale contributo alla storia filosofica dell’Occidente. Tantissime cose ha da dirci Heidegger, allora. Ci ricorda che noi siamo umani in quanto percepiamo il nostro essere gettati nel mondo, ci ricorda ancora che siamo esseri dentro una storia, e dunque siamo esseri finiti, sovrastati dalla morte come “possibilità permanente”, e ci dice da ultimo che non possiamo fare altro rispetto a questa condizione che affinare il linguaggio affinché l’essere (che coincide con la verità ricercata dai filosofi) trovi una via per rivelarsi. La modernità di questo pensatore è impressionante. Impressionante è la sua accusa all’esistenza inautentica, sciupata in un vortice di fatti, in un linguaggio che si trasforma in chiacchiera, in una inconsapevole fuga dalla paura della morte.

La vera esistenza si ha invece quando si riesce ad accettare l’angoscia della morte come visione del nulla (la possibilità che tutte le altre possibilità divengano impossibili). Ed ecco che l’ontologia di Heidegger diviene esistenzialismo, con la denuncia finale, quasi mistica, dell’esistenza inautentica degli uomini che si nutrono delle fede nella tecnica.

 

 

 

 

 

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