Antonio Alibrandi, il giudice gentiluomo ricordato così da colleghi, amici e figli

martedì 18 settembre 20:02 - DI Paolo Lami

Amava la poesia, soprattutto Leopardi. E i grandi classici come Pirandello e Čechov. Rifiutava fermamente i formalismi e le apparenze. Certe esteriorità non gli andavano proprio giù. E i suoi punti cardinali, nella vita quotidiana in famiglia così come nella sua professione, sono sempre stati il rigore morale, la correttezza e l’onestà. Dichiaratamente, notoriamente di destra – tutti lo sapevano, soprattutto i suoi colleghi magistrati, alcuni dei quali non glielo hanno mai perdonato – Antonio Alibrandi, scomparso tre giorni fa all’età di 91 anni, padre di Alessandro, Cristina e Lorenzo e nonno dolcissimo di Emanuele e Alessandro, ha sempre condotto la sua lunga, prestigiosa, professione in magistratura con grande senso dell’umanità. E senza che le sue convinzioni politiche gli facessero mai velo.

Nato a Civitavecchia il 30 luglio 1927 da una facoltosa famiglia di possidenti terrieri che poi persero quasi tutto nel corso dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, Antonio Alibrandi si trasferì molto giovane a Roma nel quartiere Flaminio. E, dopo aver prestato servizio militare nei Lancieri di Montebello, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dove iniziò, da subito, a fare politica con grande passione e trasporto emotivo – in un contesto e in un periodo storico in cui era difficilissimo e anche pericolosissimo – nella Caravella, l’organizzazione politica e goliardica della destra romana molto radicata a La Sapienza e nata  sul motto degli antichi latini “Navigare necesse”. Si laureò velocemente e bene. E continuò, comunque, a frequentare gli amici della Caravella all’Università.

Ricorda un episodio di quel periodo intenso e tumultuoso della vita universitaria di Antonio Alibrandi la sua amica Isa Bandini che, all’epoca, frequentava, come tanti studenti universitari degli anni ’50, La Caravella: «Antonio si era da poco laureato in legge e stava iniziando a fare pratica. Ma continuava a frequentare, di tanto in tanto, l’Università e La Caravella. Un giorno, mentre eravamo seduti attorno alla fontana all’interno dell’Università di Roma, venne a chiamarci di corsa. Ci disse che dovevamo andare tutti – eravamo una quindicina – nell’aula in cui il professor Umberto Calosso stava facendo la sua prima lezione».
Calosso, antifascista socialdemocratico amico di Gramsci e Togliatti, deputato dal ’46 al ’52, nel 1931, aveva lasciato l’Italia trasferendosi prima in Francia e, successivamente, dopo aver combattuto in Spagna nella resistenza repubblicana contro Francisco Franco, a Londra dove, durante la seconda guerra mondiale, collaborò alle trasmissioni di Radio Londra contro l’Italia.
Quel 16 gennaio del 1952, dunque, Umberto Calosso, chiamato come Docente di letteratura italiana nella facoltà di Magistero alla Sapienza, era lì all’Università di Roma per l’apertura del suo corso intitolato “Il pensiero politico di Vittorio Alfieri”.
I ragazzi della Caravella, capeggiati dal giovane e trascinatore Antonio Alibrandi, fresco di laurea, entrarono in aula e, in silenzio, andarono a sedersi fra i banchi. Calosso, dalla cattedra, li vide e disse: «non c’è posto, l’aula è piena».
A quel punto Antonio Alibrandi si alzò in piedi e nel silenzio generale replicò a quel docente che, in quel momento, rappresentava una specie di intoccabile monumento antifascista vivente: «Professore lei ha tradito l’Italia parlando a Radio Londra, non può stare in quest’aula, esca immediatamente».
Calosso abbozzò una protesta. Gridò “fascisti” all’indirizzo di quei ragazzi. Ma, poi, uscì dall’aula seguito dai giovani della Caravella che non lo toccarono con un dito. E che avevano anche portato con loro – era il piano B dei goliardi della Caravella – un barattolo pieno di api da liberare nell’aula universitaria nel caso fosse stato necessario convincere, senza violenza, il professore.
Da quel giorno, per un mese e mezzo, i goliardi della Caravella, capeggiati da Antonio Alibrandi, dettero il via alla cosiddetta “Calosseide”, duramente osteggiata dai gruppi universitari comunisti che scatenarono violenti e durissimi scontri alla Sapienza.

Uomo sostanziale e tutt’altro che conformista, questo suo spirito ribelle e controcorrente Antonio Alibrandi lo portò orgogliosamente con sé nella professione e anche nella vita di tutti i giorni assieme a un pizzico di ironia e autoironia.
Soprattutto il suo cuore batteva per quei giovani, indipendentemente che fossero di destra o di sinistra, che avessero comunque un’idea e la voglia di affermarla. Nel loro ribellismo vedeva, forse, se stesso da giovane. Chissà.

Entrò in magistratura nel dicembre del ’53 e iniziò «la sua professione di magistrato come pretore ad Agordo, Belluno e Cortina – ricostruisce il figlio, Lorenzo Alibrandi – Poi venne trasferito a Sulmona. E, quindi, finalmente, arrivò a Roma come giudice istruttore» nel cui ruolo rimase per 15 anni trattando numerosissimi processi in materia di criminalità dei cosiddetti “colletti bianchi” per reati contro le Pubbliche amministrazioni, gli istituti di credito, le società a partecipazione statale.

E’ in questo periodo che Antonio Alibrandi, da giudice istruttore, assieme al pm Luciano Infelisi, fa arrestare Roberto Sarcinelli, il braccio destro del Governatore della Banca d’Italia, Paolo Baffi con l’accusa di non aver consegnato all’autorità giudiziaria la relazione degli ispettori della Banca d’Italia sull’attività del Cis, il Credito industriale sardo relativa ai finanziamenti alla Sir dell’industriale Nino Rovelli.
Centoquarantasette economisti firmarono un manifesto-comunicato a favore di Baffi e contro quel giudice Antonio Alibrandi che aveva osato tanto. Ma i giornalisti, anche quelli di sinistra, appostati proprio fuori dalla porta della stanza in cui era in corso il tempestoso interrogatorio di Baffi, poterono sentire con le proprie orecchie quali erano i valori a cui si improntava – e si improntò sempre – l’azione giudiziaria di Alibrandi. Non la politica ma la Giustizia con la G maiuscola: «Non ci sono intoccabili… – disse Alibrandi a Baffi nel corso dell’interrogatorio – Noi non facciamo comunicati ma sentenze per dare contezza ai cittadini sullo scandalo dei finanziamenti… Lei aveva il dovere morale e giuridico di consegnarci il documento sul Cis…».

Nel 1992 il Consiglio Superiore della Magistratura riconoscerà che Antonio Alibrandi, era «dotato di una forte personalità e di una profonda conoscenza del diritto, in particolare amministrativo, penale e processuale» e lo definirà un magistrato che «ha sempre mostrato eccezionale fermezza ed elevato senso del dovere».

«Antonio Alibrandi era, innegabilmente, un uomo di destra, perfino di estrema destra. Ma il suo credo politico – ed è anche questa la grandezza del personaggio – non ha mai interferito nel suo lavoro. Mai – ricorda l’avvocato Domenico Battista il cui padre, Vittorio, celebre penalista e difensore di tanti ragazzi di destra ingiustamente accusati negli anni ’70, era grande amico del giudice Alibrandi – Era una persona preparatissima, eccezionale dal punto di vista professionale, oltreché umano, soprattutto in un ambito, quello dei reati finanziari, molto complesso. Non a caso la vicenda giudiziaria della Banca d’Italia venne affidata a lui. Era un magistrato di una competenza assoluta e impareggiabile. Era amico di mio padre Vittorio. Lo ricordo come un magistrato estremamente competente. Aveva certamente moltissima competenza nei reati finanziari. Con alcuni colleghi magistrati c’erano tensioni proprio perché non era allineato».

Identico il profilo che di Antonio Alibrandi fa il penalista Giosuè Bruno Naso: «Me lo ricordo come un gran magistrato, E quello che mi colpì – lui erano notoriamente, dichiaratamente di destra – è che siccome era considerato da tutti un giudice equilibrato ed aveva un occhio particolare verso i giovani, tutti i giovani, anche verso quelli di sinistra, gli avvocati di sinistra di “Soccorso rosso, ancorché sapessero perfettamente che lui era di destra, facevano di tutto affinché i processi dei loro assistiti finissero sempre davanti al presidente Antonio Alibrandi. Perché si sentivano più garantiti. Perché per lui il ribellismo era un connotanto irrinunciabile per un giovane».
«In quegli anni – ricorda ancora NasoAntonio Alibrandi dirigeva la Nona Sezione Penale del Tribunale di Roma che si occupava delle direttissime. Tutti facevano di tutto perché il processo finisse davanti al suo collegio proprio perché la sua, nota, passione politica non gli faceva velo. Lui era un uomo che non piegava la propria funzione giurisdizionale alle sue passioni politiche. Ce ne fossero ancora di Antonio Alibrandi».

Stesso giudizio da parte dell’avvocato e senatore Giuseppe Valentino, un altro storico legale romano: «Antonio Alibrandi è stato un magistrato di grande rigore morale impegnato in processi di grande risalto dove mai si è fatto condizionare dalle proprie idee politiche. Godeva di grande considerazione e la sua morte lascia un vuoto soprattutto negli avvocati della mia generazione che, aldilà della collocazione politica di ognuno, avevano in lui un interlocutore disponibile che sapeva ascoltare. Mi ricordo, in particolare, quando fui candidato nel collegio di Civitavecchia per il Movimento Sociale dove lui era stato candidato nella legislatura precedente. Volle accompagnarmi e fare un giro per il collegio per presentarmi a tutti coloro che riteneva potessero essermi utili. Lo ricorderò sempre con grande affetto e rispetto».

La conferma della correttezza di Antonio Alibrande e del suo grande senso del rigore arriva anche dal cugino, il deputato radicale Mauro Mellini: «Eravamo molto legati anche se avevamo posizioni politiche differenti. Quando era a Roma ci vedevamo spesso, anche a piazzale Clodio quando lui era giudice istruttore. E questo indipendentemente dalla sua appartenza politica. Antonio viveva il suo lavoro con grande senso di responsabilità e mai di faziosità. Respingeva ogni forma di prevenzione nei confronti di chi avesse un’idea diversa. Lui aveva questo tratto istintivo del senso della giustizia. E non è mai caduto nella visione di un sistema giudiziario al di sopra degli altri poteri dello Stato. Quando morì mio nipote Alessandro Alibrandi andai, da deputato, ai suoi funerali. E devo dire che nessuno, alla Camera, ebbe il coraggio di dirmi nulla».

Ma accanto al magistrato rigoroso e corretto e al politico passionale c’è l’uomo, il padre dolce e affettuoso, il marito premuroso che era Antonio Alibrandi.

«Il mio ricordo di papà esula, ovviamente, dalla dimensione pubblica, politica – rievoca la figlia, Cristina Alibrandi – Era una persona di grande dolcezza, soprattutto con noi. Tanto che mia madre lo rimprovereva di comportarsi come un nonno. Quello che ci ha trasmesso sono soprattutto valori e contenuti. Rifiutava fermamente i formalismi e le apparenze».
Cristina rammenta un episodio: «Ricordo una volta, ero bambina, stavamo andando insieme da qualche parte. Ma lui doveva lasciare un appunto a un personaggio pubblico di rilievo. Non ricordo né chi fosse il personaggio in questione né cosa dovesse scrivere papà. Afferrò il primo pezzo di carta che trovò sulla scrivania, forse il retro di una fotocopia, e iniziò a scrivere il messaggio. La segretaria accorse porgendogli un blocco di carta intestata. E lui: «Perché? Quello che conta non è la carta intestata, è ciò che devo scrivere». Era contrario a certe esteriorità, era molto alla mano. E la sua disinvoltura, da questo punto di vista, era la stessa, con i potenti così come con le persone semplici».

«Non so come mai un giorno fu invitato, in una circostanza bizzara, nei dintorni di Roma – continua Cristina Alibrandi – C’erano alcuni baraccati che volevano parlargli. Io lo accompagnai. E me lo ricordo seduto su una cassetta di vino posata a terra, in mezzo a queste persone, a bere assieme a loro. Anche con i potenti aveva la stessa disinvoltura. Ma dimostrava poi severità e rigore verso chi non era corretto. I suoi valori cardine erano correttezza e onestà. E identificavano l’individuo, a prescindere dalla sua appartenza ideologica, politica, sociale».

Ma Antonio Alibrandi era rigoroso soprattutto con sè stesso. «Quando era pretore a Cortina – ricorda ancora la figlia Cristina – venne invitato, un giorno, a presenziare all’inaugurazione della nuova seggovia che era stata appena costruita. Arrivò li, assieme ad alcuni colleghi, parcheggiò l’auto sulla strada innevata e partecipò alla cerimonia. Terminata l’inaugurazione scese per ripartire e trovò una multa sul parabrezza dell’auto: la neve sulla strada si era sciolta ed erano comparse le strisce del parcheggio che, in precedenza, non si vedevano. Senza dire una parola pagò la multa immediatamente».

Persona di grande cultura – nel corso degli anni ha messo insieme una biblioteca immensa di di 60.00 volumi – Antonio Alibrandi «amava profondamente i classici, Pirandello, la poesia, Leopardi in particolare. L’amore per la lettura e per la cultura ci legavano molto. Quando eravamo bambini ci recitava speso l’Infinito. E ci portò anche a Recanati – rammenta la figlia Cristina – In questi giorni stava rileggendo Čechov e le Vite parallele di Plutarco.
Stava facendo una serie considerazione molto attuali. Mi diceva: «siamo cambiati, il mondo evolve perché tanti classici, che un tempo avevano tanto significato, oggi sono superati». Anche lui si era evoluto e non li trovava più così divertenti. Stravedeva per il suo pronipote  Alessandro, stesso nome dello zio, nato il 25 agosto di quest’anno e per il suo unico nipote, Emanuele, mio figlio. Papà era tenerissimo con questo bimbo appena nato. E però appena lo vedeva si commuoveva pensando a mia madre scomparsa, il 23 dicembre scorso».

«Nonostante fosse sempre molto indaffarato, mio padre era sempre ed è sempre stato una persona assolutamente presente – assicura il figlio Lorenzo – Alle 2 tornava a casa e lavorava fino notte fonda. Ma era sempre presente. Ogni sera, durante gli anni ’70, si generavano grosse discussioni con mio fratello Alessandro (esponente dei Nar, morto in un conflitto a fuoco a Roma il 5 dicembre 1981, ndr) ma non si arrivava mai a toni esasperati. Le discussioni terminarono quando Alessandro partì per il Libano».

Dopo la morte di Alessandro, Antonio Alibrandi venne trasferito dal Tribunale penale al civile. Poi tornò al penale in Cassazione. «Non dimentico, purtroppo, la faccia di papà nel giorno della morte di Alessandro. – rammenta Lorenzo – A parte quel giorno e i giorni successivi mio padre e mia madre non ci hanno fatto mai pesare la tristezza».

«Papà è stato sempre presente, di una disponibilità, un’umanità e una dolcezza inimmaginabile. Si scioglieva per noi. Non ci hai mai indirizzato in modo impositivo. Era felice se noi eravamo felici. Ci ha lasciati sempre nella piena libertà di scegliere ciò che ci piaceva di più – prosegue Lorenzo ricordando il papà – Anche nel lavoro metteva grande umanità. Proprio due anni fa ho conosciuto, per caso, una ragazza che molti anni prima era stata interrogata da lui. Mi disse che, comunque, mio padre, con quei suoi occhioni blu, era stato molto dolce e umano mentre la interrogava. Rimase impressionata dalla sua grande disponibilità».

Per Antonio Alibrandi fu un dolore enorme la scomparsa del figlio nell’81 e, poi, e quella della moglie, avvenuta un anno e mezzo fa. L’aveva conosciuta a Cortina dove lei lavorava e dove lui era stato mandato a fare il pretore. «Mia madre era ricoverata in una struttura ospedaliera a Santa Marinella in questi ultimi anni. E mio padre andava tutti i giorni a trovarla in treno fino a lì – rivela Lorenzo Alibrandi – Con l’occasione, un giorno, volle rivedere la casa in cui era nato a Civitavecchia. Era stata trasformata in un albergo. Chiese di rivedere la stanza dove aveva imparato a guidare il triciclo. E quella notte volle dormire proprio in quella stanza».

 

 

 

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