Pensioni, sul progetto di Di Maio l’ostacolo della non retroattività

Riceviamo da Giancarlo Cremonini e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

in questi giorni il ministro del Lavoro Luigi Di Maio, colto forse da “sindrome di Robin Hood”, sta suonando la gran cassa annunciando di voler tagliare quelle che lui chiama pensioni d’oro. Da più parti e anche autorevolmente è stato avvisato che la norma che vuole adottare è incostituzionale non solo a livello nazionale ma anche a livello europeo e per giurisprudenza consolidata, ma tanto lui non dà ascolto a nessuno sapendo di parlare alla pancia della gente e non al cervello o al cuore. Riguardo alla illegittimità delle norme proposte da Di Maio bisogna specificare che l’ordinamento giuridico è un sistema razionale e coerente che non ammette incongruenze, illogicità o forzature. Tanto per fare un esempio a chi non ha studiato legge, appare evidente che un omicidio è più grave di una rapina a mano armata e che una violenza carnale è più grave di una molestia sessuale. Se il governo , in preda ad un raptus di follia giuridica approvasse una norma che prevede l’ergastolo per la rapina e dieci anni di prigione per l’omicidio, la norma palesemente ingiusta e illogica verrebbe certamente cassata dalla Corte Costituzionale. Allo stesso modo una norma che prevedesse una ammenda da mille euro per chi lascia l’auto in divieto di sosta e una ammenda di cento euro per chi guida contromano in autostrada sarebbe anch’essa illogica ed irrazionale in quanto punirebbe in modo spropositatamente alto una violazione lieve ed in modo incredibilmente lieve una violazione gravissima e pericolosissima.

E il punto fondamentale ed irrinunciabile di tutti gli ordinamenti giuridici del mondo civile che si ispirano al Diritto Romano o alla Common Law è il principio di non retroattività delle norme sancito esplicitamente dalla nostra Costituzione che afferma che le norme valgono solo per il futuro e non per il passato. Questo principio del “tempus regit actum” , sacrosanto ed intoccabile in tutte le democrazie del mondo, statuisce che i fatti giuridici sono regolati dalle norme in vigore al momento in cui gli stessi si concretano e non da quelle eventualmente approvate in seguito. Senza questo limite sacro ed invalicabile un governo potrebbe, ad esempio, punirci per fatti che, al momento in cui furono commessi, non erano previsti come reati. È, in altre parole, il principio di legittimo affidamento che il cittadino deve avere e senza il quale tutto va alla malora. Non retroattività significa che la mia buonuscita viene calcolata con la norma in vigore al momento in cui lascio il lavoro e significa che io vado in pensione all’età stabilita dalla norma in vigore al momento in cui ho raggiunto il limite di età. Significa che se firmo un contratto le norme non possono essere cambiate in corso d’opera senza il mio consenso e via dicendo. Di Maio invece afferma che taglierà le pensioni a chi non ha pagato abbastanza. Ma Di Maio non considera che il lavoratore dipendente non versa lui i contributi pensionistici, ma li versa il datore di lavoro sulla base delle norme approvate dal Parlamento ed in vigore al momento. Tutti hanno pagato i contributi che la legge dello Stato in quel momento stabiliva obbedendo alla legge stessa. E adesso dopo dieci o venti anni si vuole andare a ricalcolare i trattamenti? Ma nemmeno nell’Urss di Stalin c’era una tale inciviltà giuridica. E corre l’obbligo di ricordare a Di Maio ma anche a Salvini e Meloni che questi tagli andrebbero a colpire pesantemente il comparto Difesa e Sicurezza già penalizzato da un blocco stipendiale di sette anni dichiarato illegittimo dalla Consulta. La speranza è che in un sussulto di ragionevolezza la Lega fermi questa follia che andrebbe, fra l’altro, a danneggiare il suo bacino elettorale. Ove ciò non avvenisse si prenderà atto che la Lega, in un folle inseguimento demagogico dei Cinque Stelle, ha abbandonato il suo elettorato più fedele e di riferimento e a quel punto sarà la Consulta a fare giustizia.