Giovannino Guareschi: meritava il Nobel, fu incarcerato dalla Dc

50 anni fa ci lasciava uno dei più grandi scrittori italiani, tutt’ora il più tradotto e venduto all’estero: Giovannino Guareschi. La sua vicenda umana, politica e professionale è intensissima, la sua vita è stata un’avventura, il suo spirito indomabile. Era un uomo-contro che amava soprattutto la libertà: tutti provarono ad annientarlo, dai tedeschi ai comunisti, ai radical-chic, al sistema politico consociativo italiano, a certo ambienti ecclesiastici, ma nessuno riuscì mai a piegarlo e neanche a spezzarlo. Con la schiena dritta, Guareschi affrontò le sue reponsabilità, anche quelle che non aveva, e continuò a urlare il suo dissenso. Ma verso cosa? Verso la stupidità, soprattutto, verso la disonestà, verso la dittatura, verso l’oppressione del popolo, veso l’annichilimento dello spirito. Oggi i suoi scritti sono una bandiera del pensiero libero e le persecuzioni a cui fu sottoposto ne esaltano la figura. Abbiamo chiesto un ritratto, ovviamente non esaustivo, a Danilo Coppe, membro dell’Associazione Amici di Giovannino Guareschi, suo concittadino, autore di numerosi scritti sull’autore di Fontanelle.

Lei ci può dire in poche parole chi era Giovannino Guareschi?

Giovannino Guareschi fu oggetto di criminale indifferenza, ostilità, oblio, sufficienza, ingratitudine: tutto ciò ha accompagnato la vita e la morte del grande scrittore. L’opera di Guareschi, ma soprattutto il suo insegnamento umano e professionale, sono alla base di un contesto storico di straordinaria attualità. È non sono il soloa dirlo: quando Guareschi tornò dalla prigionia in Germania, numerosi scrittori lo candidarono per il Nobel per la Pace per il suo comportamento nei lager, ma su di lui vi era nientemeno che un veto made in Usa.

Ma almeno il Nobel per la Letteratura lo avrebbe meritato…

Certo. Basti pensare che nonostante l’indifferenza generale in patria, Guareschi è stato negli anni della sua vita, prima, dopo e durante la sua prigionia, lo scrittore italiano più tradotto e diffuso nel mondo. Il senso del suo messaggio avrebbe meritato tutti i riconoscimenti possibili. E non mi riferisco ovviamente ai patetici premi letterari nazionali in cui gli editori magari comprano le nomination. Guareschi, e lo dico senza facili piaggerie, meritava il Premio Nobel per la Letteratura, se non per la Pace. Sicuramente lo ha meritato per la forza letteraria con cui ha sostenuto i suoi compagni di prigionia nei campi di concentramento. E lo ha meritato per aver costituito uno dei più fulgidi esempi di ingiusta detenzione per voler mantenersi coerente e fiero delle proprie convinzioni. La sua satira pungente, puntuale, coerente e mutevole rispetto ai tempi vissuti sfuggiva alle logiche partitiche. Fu per personaggi come Guareschi che venne coniato il termine “qualunquismo”. Un volgare sotterfugio per bollare chi cercava di diffondere uno spirito critico costruttivo.

Lei ha scritto una biografia di Guareschi. Ce la può riassumere nei suoi tratti fondamentali?

È difficile, perché la sua vita fu molti complessa, ma ci provo. Nacque il 1° maggio 1908 a Fontanelle, frazione di Roccabianca nel Parmense, da un proprietraio terrieri cristiano e socialista, e da una maestra elementare. Già da piccolo Giovannino si dimostrò un istrione, un trascinatore, ma fu alle medie che iniziò a scrivere raccontini. Al Convitto Maria Luigia di Parma conobbe persone come Barilla, Bertolucci, Bocchi, Zavattini (che era istitutore). Nel 1929 Guareschi, che intanto da goliarda scatenato si era adattato a fare tutti i mestieri, vinse il concorso letterario bandito dalla Voce di Parma, ma, a quanto pare, il premio servì solo a pagare la cena dei festeggiamenti… Mentre era iscritto a Giurisprudenza, fondò un giornale, Bazar, sul quale pubblicava le sue famose vignette e i suoi articoli. Intanto diceva al padre si stare per dare tre esami per volta, ma non era vero. Pubblicava anche vignette irridenti verso le gerarchie fascista. Il suo amico di scuola Bocchi alla fine lo chiamò a collaborare alla Gazzetta di Parma. Qui le goliardate di Guareschi e Bocchi non ebbero tregua, anticipando in qualche modo la famosa serie “Contr’ordine, compagni” che tanto successo avrebbe avuto sul Candido. Grazie poi all’amico Zavattini, Guareschi iniziò a collaborare anche con testate milanesi come il Secolo illustrato e Il Bertoldo, realizzando anche i primi libri.

È vero che fu costretto ad arruolarsi per la guerra?

Sì, ci stavo arrivando, è un’altra delle sue storie increbili. Era il 1942, e Guareschi aveva saputo che suo fratello Giuseppe, che era con l’Armir, era disperso in Russia, notizia poi rivelatisi erronea. Comunque si ubriacò e iniziò a urlare ad alta voce per strada tutto ciò che pensava di Mussolini e della guerra. Denunciato alla polizia, stava per essere arrestato, ma i suoi amici riuscirono a evitargli la galera a patto che si arruolasse “volontario”, e così fece. Ma l’8 settembre lo colse ad Alessandria, e di fronte alla scelta di andare o con l’Rsi, Guareschi decise di restare fedele al Regio Esercito e così finì nell’Imi, ossia gli Internati militari italiani, categorie negletta non contemplata dai codici militari internazionali e quindi trattati peggio di tutti: neanche la Croce Rossa si interessava di loro. Fu in mezzo a queste difficoltà che Guareschi, pur di non collaborare con i tedeschi, coniò la famosa frase: “Non muoio neanche se mi ammazzano”. Sobillatore, trascinatore, Guareschi fu continuamente trasferito in campi sempre più duri, ma non si arrese mai. Nel 1949 su questa esperienza scriverà il Diario clandestino. Intanto durante la sua prigionia le sue due opere scritte poco tempo prima galoppavano nelle vendite tanto che la Rizzoli dovette produrne decine di edizioni. Il Bertoldo aveva fatto furore con Guareschi grazie anche all’affiatamento con gli altri autori fra cui Carlo Manzoni, Giovanni Mosca, Marcello Marchesi, Vittorio Metz, Giacinto Mondaini (papà di Sandra) e tanti altri talenti. Il suo libro Il marito in collegio uscì nel 1944 mentre era nel campo di concentramento e, manco a dirlo fu un successo editoriale strepitoso con oltre venti riedizioni. Dopo la guerra Guareschi tornò dalla Germania con mezzi di fortuna, spesso a piedi, e arrivò di notte a sette chilometri dalla sua casa di Marore, chilometri che percorse a piedi al buio. Ma era senza soldi e la sua casa di Milano era stata distrutta. Tornò così nel capoluogo lombardo con solo tante idee e rifondò il Bertoldo chiamandolo Il Candido.

Il Candido rappresenta una svolta nell’editoria italia. Ma è allora che Guareschi da antifascista divenne anticomunista?

Diciamo che i comunisti si accorsero subito che il Candido rappresentava un problema. Nel referendum monarchia -repubblica il giornale si schierò con la monarchia, ma quello che spaventò il Pci era che ogni giorno i comunisti e la loro ottusità venivano ridicolizzati dalla redazione del Candido. Memorabile la famosa frase coniata da Guareschi pe rle elezioni politiche: “Nel segreto della cabina Dio ti vede, Stalin no!”. Ma Guareschi rispettava la compattezza e le buone intenzioni di tanti elettori di sinistra. Ma disprezzava quella larga parte di militanti che, attraverso una “fede” irrazionale, si piegavano a qualunque diktat del partito. Fu allora che inventò la esilarante saga dei Trinariciuti, ossia di quegli individui pronti all’Obbedienza-cieca-pronta-assoluta che avevano bisogno di una terza narice per far uscire il fumo dal cervello. La serie di vignette caratterizzò le copertine negli anni più floridi del Candido, divertendo anche i comunisti più illuminati. La linea comune si basava sui possibili “ordini” che dal partito venivano somministrati ai militanti ma sempre con un refuso che costringeva la dirigenza a diramare un secondo “ordine” accompagnato dall’immancabile frase “Contrordine Compagni!”. Si dice che Togliatti fosse ossessionato da Guareschi, che arrivò addirittura ai nsultare in un comizio.

Ma non erano solo i comunisti i nemici di Guareschi: ebbe dei problemi anche con il Vaticano…

Come no: ma prima, nel 1948, dette alle stampe il suo più grande successo, Mondo piccolo, che aveva come sottotitolo Don Camillo. Vendette centinaia di migliaia di copie, che presto diventarono milioni, come l’altra sua opera, Lo Zibaldino, raccolta di aneddoti, storielle, racconti familiari. E qui veniamo alla domanda: il Vaticano non era contento della saga di Peppone e Don Camillo, non piacendogli il clima di eccessiva distensione di Brescello. Anche i dialoghi con Cristo non erano ben visti oltretevere. Guareschi commentò:  “In Italia mi ignorano. Mah! Si vede che si sbagliano all’estero”… Infatti nel 1951 ci fu il primo film di Don Camillo, un altro successo mondiale, che confermò, se mai ce ne fosse bisogno, che Guareschi aveva ragione e l’establishment torto.

Intanto c’era stata la storia col presidente Einaudi e con De Gasperi…

Sì, quando Guareschi considerò una caduta di stile che il presidente della Repubblica utilizzasse la sua veste per pubblicizzare il suo vino. “Il vino del Presidente”, diceva l’etichetta sul Nebbiolo fatto nell’azienda piemontese di Einaudi. A Guareschi parve un abuso di potere e lo scrisse. Fu processato per offesa al prestigio del Presidente e alla fine condannato a otto mesi, sospesi per la condizionale in quanto era incensurato. Ma il destino era in agguato: a Guareschi non piacevano le pressioni fattegli dalla Dc affinché rallentasse la sua lotta anticomunista, poiché il Pci avrebbe potuto essere un potenziale alleato di governo. Guareschi continuò a bersagliare di satira De Gasperi e il Vaticano, fino a che inciampò nelle famose lettere con cui De Gasperi chieeva agli Alleati (suoi) di bombardare l’Italia, circostanza sempre negata dal leader Dc. Guareschi pubblicò le lettere, De Gasperi querelò e il processo fu davvero un processo-farsa: si rifiutarono dieci testimoni della difesa e fu negata la perizia calligrafica. Gli dettero un anno, che furono sommati agli otto mesi precedenti; Guareschi rifiutò di ricorrere in aplello, disgustato, e accettò eroicamente di andare in prigione. Entrando in galera, disse: “Entro con la certezza che le lettere di De Gasperi siano autentiche”. Uscì nel 1955, provato da una carcerazione durissima, mentre il suo editore Rizzoli aveva ricevuto una visita dalla Tributaria che gli aveva fatto una multa di trecento milioni di lire… Guareschi diradò la sua collaborazione col Candido fino a dimettersi, Perseguitato dal fisco, diventò sempre più eremita, pur continuando a collaborare con diverse testate, tra cui La Notte, nella quale sembrava aver ritrovato la verve di un tempo. Con grandi sacrifici aprì un ristorante per i figli e nel 1968, quando morì, volle nella bara un martello e una bandiera sabauda, oltre che la sabbia del “suo” Po.

 

(Molte notizie sono tratte dai reportage del quotidiano online Zerosette news di Parma)