Sharia in ospedale, velo in corsia? Eccessi di politically correct: parola di islamica…

Ma davvero la cura delle donne islamiche deve osservare la sharia e passare per i precetti imposti da predicatori e moschee? Ma sul serio, una donna di fede coranica in preda a dolori o disfunzioni aspetterebbe l’ok dell’imam per farsi curare o eventualmente operare? E nel rapporto medico-paziente chi, anche tra le donne musulmane, guarda prima alla provenienza bio dei materiali – che per l’Islam significa, per esempio, escludere a priori e rigorosamente il ricorso a materiale di derivazione suina – o se la dottoressa di turno indossi o meno il velo, piuttosto che alla validità di mezzi e professionisti in campo? Da quando è esploso il caso di Lodi, il dibattito è aperto: ma a ridefinirne contorni e linee guida, smentendo condizionamenti ideologicico-identitari oscurantisti in corsia, sarebbero proprio le donne islamiche, pronte a spiegare tutto con un eccesso di buonismo politically correct. Ecco chi sono e perché lo dicono.

Sharia in ospedale e dottoresse col velo?

Non per niente, l’edizione online odierna de il Giornale, dedica al caso esploso nei giorni scorsi a Lodi a seguito delle dichiarazioni rilasciate da un primario secondo cui sarebbe stato al vaglio dell’azienda ospedaliera per cui il medico lavora un protocollo ad hoc per le donne musulmane – iniziativa smentita dalla stessa azienda ospedaliera che ha ridimensionato il tutto parlando solo di ricorso a una certa “sensibilità” nei casi specifici – sono proprio tre donne musulmane, Maryan Ismail, Rania Ibrahim e Katwar Barghout, a spiegare che idee si sono fatte della «sharia negli ospedali»: il frutto di un eccesso di buonismo, non richiesto peraltro. Come riferiscono le tre donne islamiche interpellate dal quotidiano di Milano, infatti, per Maryan Ismail, antropologa italo-somala, «il punto non è tanto il bio-materiale, che si può rigettare anche per allergie o altri problemi, il punto è che si sia pensato a un percorso speciale, per esempio con un team al femminile. E se qualcuno non volesse medici africani, o cinesi o musulmani? È la professionalità che deve stare al centro, non altro, la pericolosità sta in questo».

La risposta (e la smentita) di 3 donne islamiche

Così come, a detta di Katwar Barghout, musulmana di origini marocchine, «Questi – avverte – sono i primi sintomi di ideologia e non vanno sottovalutati. Sono cose che non stanno né in cielo né in terra. Siamo oltre la sharia, è pura ignoranza, è non capire dove si vive e la fortuna che si ha». E ancora: «Mia mamma è musulmana e un mese fa ha subito un intervento – racconta Rania Ibrahim, scrittrice italiana di origini egiziane – l’ultimo dei suoi problemi era sapere se il medico fosse donna. Non per questo è meno musulmana». Insomma, rispediti al mittente fanatismo e oscurantismo, bisognerebbe smetterla di essere più realisti del re e eccedere in buonismo e accoglienza inginocchiata: specie se a dirlo sono gli stessi ospiti…