Savona ministro dell’Economia: ecco perché il Quirinale non può dire no

Era più che prevedibile che l’insistenza sul nome di Paolo Savona quale possibile ministro dell’Economia stuzzicasse l’antica e mai sopita vocazione italica a farsi catturare collettivamente dalla sindrome di Zelig. Tutti allenatori quando gioca la nazionale, tutti devoti sagrestani durante la Messa e tutti costituzionalisti quando si fa un governo. E così tutti a chiedersi: «A chi spetterà indicare Savona, a Mattarella o a Conte?». La Costituzione, articolo 92, dice che lo nomina il primo su proposta del secondo. Che è come dire che se il secondo non lo propone, il primo non lo nomina. Ne consegue che Mattarella non può nominare ministro un nome che non gli sia stato proposto da Conte. Può però rifiutarsi di nominare uno che stia nella lista. Ma per farlo il Quirinale deve avere validi motivi. Inesistenti nel caso di Savona, a meno che non ci si voglia arrampicare sugli specchi sostenendo, ad esempio, che il nominando debba pensarla politicamente tale e quale al nominante. Ridicolo no? E il primo a saperlo è proprio il capo dello Stato. Fanno invece finta di ignorarlo quegli ambienti che il Quirinale lo usano come scudo istituzionale perché temono come la peste le posizioni eurocritiche di Savona. Purtroppo per loro, questo discettare di presunti «veti» e di pretesi «diktat» non riuscirà ad offuscare una questione in realtà molto chiara: Conte non ha vinto un concorso, ma le elezioni. Il suo nome è il frutto di un accordo politico tra M5S e Lega, le forze politiche più votate. Sulla base di questo accordo, da premier incaricato,   propone il nome di Savona. Come si vede, non c’è alcun «diktat». Né subito né esercitato. Semplicemente, è l’attuazione dell’articolo 49: spetta ai «partiti concorrere a determinare la politica nazionale». È la Costituzione, insomma. Sempre quella «più bella del mondo». Ma a magnificarla dopo averla almeno sfogliata no?