Sana come Hina, la 25enne pakistana sgozzata dal padre: voleva sposare un italiano

Sana Cheema, una 25enne di origini pakistane e residente da anni a Brescia, uccisa in patria dal padre e dal fratello perché voleva sposare un italiano. Esattamente lo stesso destino inflitto a Hina Saleem, la 20enne pakistana uccisa a Sarezzo, l’11 agosto 2006 dal padre Mohammed, poi condannato a 30 anni di carcere. E come chissà quante altre di cui non sappiamo. Di cui non scriviamo. Per cui non piangiamo.

Sana, la 25enne pakistana uccisa da padre e fratello

Sana, una ventenne pakistana come Hina e che come lei viveva a Brescia e che, come lei, si era innamorata di un ragazzo italiano. Sana, come Hina, vittima di una cultura oscurantista e di proseliti di un credo integralista a cui è impossibile sfuggire o derogare, se non con la morte. Sana, come Hina, condannata dai parenti per non essersi saputa adeguare, o per non aver voluto osservare (fa differenza?) gli usi tradizionali della cultura d’origine. Sana, come Hina, giustiziata, secondo la punizione islamica prevista da norme e credenze barbariche, dagli uomini di casa, dai familiari di sesso maschile che, forti di un codice che si tramanda di padre in figlio, si sentono autorizzati a processare, condannare, giustiziare la donna, la figlia, la nipote, la cugina, che devia dal percorso di vita dettato dal credo seguito. L’unica differenza tra le due giovanissime vittime è il luogo in cui sono state uccise: in Italia, Hina, sgozzata in patria dal padre e dal fratello, già arrestati dalle autorità pakistane, la povera Sana. Secondo quanto riportato dal Giornale di Brescia, infatti, il delitto è avvenuto nel distretto pakistano di Gujarat, dove Sana era nata e dove era rientrata per tornare dalla famiglia un paio di mesi fa lasciando Brescia, dove aveva frequentato le scuole; dove da poco tempo aveva cominciato a lavorare in un’autoscuola; dove si era innamorata di un ragazzo italiano; ha lasciato il cuore e dove, purtroppo, non tornerà mai più.