La sinistra ha una ricetta per la scuola: è del 1926. La solita solfa di Gramsci…

Antonio Gramsci, in carcere per effetto di provvedimenti del regime fascista, si dedicò, tra le altre cose, a dettare formule e ricette per modernizzare la scuola e salvaguardarne il ruolo. Eravamo nel 1928. A distanza di quasi novant’anni la nuova sinistra, nella nuova edizione di uno dei suoi giornali simbolo, “Left“, la riscopre e la ripropone per la scuola del terzo millennio. Con la solita, anti, vetusta, contrapposizione tra pubblico e privato«Nella scuola moderna mi pare stia avvenendo un processo di progressiva degenerazione: la scuola di tipo professionale, cioè preoccupata di un immediato interesse pratico, prende il sopravvento sulla scuola “formativa” immediatamente disinteressata». Parola di Gramsci. In un mondo nel quale l’istituzione scolastica si dibatte tra tagli degli investimenti, precariato, bulli, vandalismi, adeguamento alla tecnologia, la sinistra dei Bersani e dei Speranza si attacca al passato remoto per delineare il futuro. Gramsci, che in una nota dei Quaderni del carcere, spiegava che la scuola «è destinata a perpetuare le differenze sociali». Ed ecco l’interpretazione di “Left“: «Il dissidio tra due visioni contrapposte: la scuola che forma cittadini dotati di spirito critico e la scuola schiacciata sul mercato del lavoro, di stampo neoliberista. La conclusione è che quest’ultima, la scuola finalizzata al lavoro, non fa altro che perpetuare le diseguaglianze esistenti a livello sociale». Poi arriva la conclusione: «È difficile, nel panorama italiano, trovare un intellettuale e un politico che abbiano prestato tanta attenzione alla formazione degli esseri umani». Ma come? E il professor Berlinguer? La Falcucci? La Fedeli? Meglio riesumare il pensiero di Gramsci, in effetti…