Il liberismo esasperato? Ha portato solo ai monopoli e ai cartelli

Riceviamo da Giancarlo Cremonini e volentieri pubblichiamo

Caro direttore,

quando agli inizi degli anni Ottanta, dopo quarant’anni di “keynesianesimo” e di intervento dello Stato nell’economia, presero piede la deregulation reaganiana e il monetarismo della scuola di Chicago, in tutto il mondo occidentale ci fu un improvviso entusiasmo per le teorie liberiste e un contemporaneo rigetto di qualsiasi forma di intervento o di controllo dello stato sull’economia. Negli anni che seguirono, gran parte delle aziende statali vennero cedute ai privati e venne contemporaneamente abolita o ridotta ogni forma di controllo sui prezzi e sulle tariffe, nella convinzione che il mercato avrebbe determinato autonomamente il giusto prezzo d’equilibrio fra la domanda e l’offerta.

Oggi, i delusi e i disillusi di tale politica vanno sempre più crescendo. Infatti, la liberalizzazione economica e tariffaria, ben lungi dal portare vantaggi in termini di prezzi e di efficienza ai cittadini, si è tradotta, nella quasi totalità dei casi, in vertiginosi aumenti di prezzo senza corrispettivo miglioramento della qualità del servizio erogato. In parole povere e chiare, si è tradotta in un grande arricchimento per gli imprenditori e in un notevole impoverimento per gli utenti. Gli esempi sono infiniti, ma basterà citare le assicurazioni auto, le tariffe di acqua, luce e gas e il prezzo dei trasporti. Anche a livello di enti locali, la concessione dell’autonomia impositiva ha portato a una selvaggia sventagliata di tasse e balzelli quali i posteggi a pagamento, che hanno letteralmente invaso le nostre città, le tasse di soggiorno, i multavelox (che sono tasse mascherate) e la vergognosa serie di addizionali Irpef che ogni anno vengono aumentate. E non passa giorno senza che la fantasia di manager e amministratori locali partorisca qualche nuovo aggravio per noi cittadini. Ultimi esempio sono stati la proposta di pedaggio per il grande raccordo anulare (poi fortunatamente naufragata) e la tassa di un euro per usufruire dei trolleys portabagagli a Fiumicino.

La morale è che la deregulation è un vero e proprio fallimento, perché si è consumata tra due parti che hanno peso politico e contrattuale enormemente diverso. Da un lato i consumatori, poco informati, divisi e con scarso peso politico; dall’altro gli imprenditori, che sono ricchi, potenti, uniti e capaci di influire pesantemente sulle scelte politiche mediante una costante e aggressiva azione di lobbying. La liberalizzazione non poteva funzionare per il semplice fatto che non è stata una vera liberalizzazione. Infatti, nei trasporti e nei servizi non vi è una  molteplicità di aziende che offrono lo stesso bene o servizio facendosi concorrenza fra loro. Nelle ferrovie abbiamo una sola società proprietaria delle rotaie, nei trasporti urbani abbiamo una sola azienda ed anche acqua, elettricità e gas sono effettivamente prodotti da pochi operatori mentre tutte le altre sono mere società commerciali che vendono ma non producono. Nel settore delle assicurazioni invece, ove le aziende sono molte, queste hanno fatto cartello stravolgendo i principi del liberismo ed aumentando artificiosamente le tariffe, come varie sentenze dell’autorità sulla concorrenza hanno dimostrato. E che dire, infine, delle autostrade che lo Stato ha venduto in nome del libero mercato e che ora sono nelle mani di un’unica famiglia? Quindi, possiamo senz’altro dire che in questi anni abbiamo abolito le tariffe controllate e amministrate (che garantivano un certo sostegno al consumatore) non in favore del libero mercato, bensì in favore del monopolio o, nel migliore dei casi, del peggiore oligopolio. Stando così le cose, si è facili profeti nel prevedere che, di qui poco, la gente incomincerà a dire che, forse, si stava meglio quando si stava peggio e non è escluso che, dopo la ubriacatura liberista, si possa tornare ad una qualche forma di intervento statale nell’economia al fine di frenare gli abusi delle aziende. Certo è che le cose non possono andare più avanti così, perché nel cittadino si sta facendo strada un senso di ribellione verso un trattamento giudicato ingiusto e vessatorio che ha, come risultato ultimo, una drastica diminuzione del potere d’acquisto dei salari e un impoverimento sensibile delle famiglie.