Trovato l’ultimo testimone oculare dell’esumazione dalle foibe titine

È stato Avvenire, il quotidiano dei vescovi, che è andato a scovare quello che è presumibilmente l’ultimo testimone oculare dell’esumazione delle foibe. È un ex vigile del fuoco di 97 anni, Giuseppe Comand, che ricorda vividamente quegli anni e quei momenti: «L’odore dei corpi in decomposizione era pestilenziale, l’aria irrespirabile fino a chilometri di distanza. I miei compagni coraggiosi, Vigili del Fuoco di stanza a Pola, buttavano giù cognac prima di calarsi nella foiba: scendevano per centinaia di metri con due corde e una specie di seggiolino, mettevano il cadavere nella cassa e davano quattro colpi di corda, il segnale per dire tiratemi su». Scrive Avvenire: “Oggi ha 97 anni, ne aveva 23 in quei drammatici giorni, dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, quando nelle regioni giuliane l’improvviso cambio di fronte lasciò i cittadini italiani tra due fuochi, i partigiani comunisti di Tito da una parte, gli ex alleati nazisti dall’altra. «Certo non ero un eroe», racconta oggi Comand nella sua casa di Latisana, «la stessa in cui venni al mondo il 13 giugno del 1920», di tutto cioè gli importava «fuorché della guerra: io volevo solo tornarmene a casa mia». “Nel 1941 – continua Avvenire – fu scelto tra un gruppo di militari trasferiti a Sussak, nei pressi di Fiume (allora Italia, oggi Croazia) per unirsi al corpo dei Vigili del Fuoco, con l’incarico di magazziniere e come addetto alla compilazione dei figli di marcia. «Ricordo perfettamente l’8 settembre, quando il capitano Casati ci annunciò la fine della guerra, poi mi consegnò dei documenti da portare a Tersatto, vicino a Fiume, al colonnello… Ma alla scrivania del colonnello trovai seduto Marko, un croato sui 40 anni, il figlio dell’oste, che mi disse «da oggi il colonnello non c’è più, sono io il comandante di tutti i partigiani della zona». Ero amico di sua sorella Beba, così mi offrì di vestirmi in abiti civili e disertare. Lui mi avrebbe fatto scortare fino a Monfalcone, poi mi sarei arrangiato fino a Latisana… Ma sarebbe stato alto tradimento verso i miei compagni, così rifiutai. L’unica volta che feci l’eroe mi misi da solo nei guai…». “Perché da quel giorno l’Istria conobbe la prima ondata di pulizia etnica da parte dei partigiani comunisti di Tito, che rastrellavano di casa in casa i cittadini italiani e li gettavano nelle foibe”. Racconta ancora Comand all’Avvenire: «La mia compagnia si mise in cammino cercando di raggiungere Trieste ma le strade erano infestate dai partigiani con la stella rossa, per cui dovemmo deviare tra Pisino e Pola e più volte rischiammo la pelle. A Pola ci accampammo nel campo sportivo militare, senza né acqua né cibo. La prima notte siamo stati accerchiati dai titini poi, dalla padella alla brace, siamo caduti nelle mani dei tedeschi: ci tolsero le stellette e ci giurarono che se fossimo scappati le nostre famiglie sarebbero state internate in Germania. Ed è allora che ci destinarono a riesumare dalle foibe quei poveri corpi, in aiuto ai Vigili del Fuoco di Pola guidati dal mitico maresciallo Harzarich…». “Arnaldo Harzarich (di Pola, morto esule a Merano nel 1973) – specifica il quotidiano della Cei – Medaglia d’oro al Valor Civile, dall’ottobre del ’43 perlustrò con la sua squadra alcune foibe, recuperando oltre 250 salme. A guerra finita, nel 1945 presentò alle autorità alleate la preziosa documentazione, descrivendo foiba per foiba l’attività svolta e i riconoscimenti fatti. «A Vines si calò per primo, senza indossare la maschera, ma dovette presto risalire per i miasmi. Ero così impressionato che gridai al maresciallo fascista che ci aveva in consegna di spararmi perché non sarei mai sceso in quel budello spaventoso, così mi permise di recuperare altri morti, sotto le macerie di una casa di Pisino bombardata dai tedeschi per una rappresaglia. Ricordo che dovevo ritrovare la salma di Toni Fornèr, il soprannome del panettiere, e le due figlie ogni giorno venivano a chiedere se avevamo trovato il loro papà». La squadra, racconta Comand, si calava ogni giorno nelle depressioni carsiche con gli autorespiratori sulla schiena, solo così si poteva lavorare. Conclude il suo reportage Avvenire: “Conscio di essere l’ultimo testimone oculare tra gli uomini che videro risalire a grappoli i corpi dei nostri italiani innocenti dalle profondità delle Foibe (da allora mai più nessuno è sceso a recuperare le altre migliaia di vittime), sente il dovere della testimonianza”: «Io che ho visto, sto male quando qualcuno osa negare gli eccidi di Tito e le Foibe. Basterebbe scendere oggi sul fondo delle tante rimaste inesplorate e continuare il lavoro del maresciallo Harzarich. Quanta povera gente è là sotto insepolta».