Mattarella nega la storia: «Sbaglia chi dice che il fascismo ebbe meriti»

Sergio Mattarella nega la storia. Lascia infatti non poco sconcertati quanto dichiarato dal capo dello Stato nel corso della Giornata della Memoria al Quirinale. «Razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza» del regime. Perciò è «un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con determinazione», dire «che il fascismo ebbe alcuni meriti, ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra».

Non c’era davvero bisogno di questa forzatura storica per ribadire l’origine antifascista della “Repubblica nata dalla resistenza”. Vale la pena ricordare a Mattarella che i meriti del fascismo non sono un’invenzione di qualche nostalgico ma un dato ormai acquisito nella storiografia e nella coscienza comune, dopo lunghi decenni di rimozioni e demonizzazioni. Le Leggi razziali non erano nel Dna della dottrina fascista, come attesta il gran numero di ebrei che aderirono al fascismo fin dall’inizio. Furono in realtà, le leggi del 1938, un tragico cedimento del regime all’ideologia nazista in un momento oscuro per la storia europea e mentre il Vecchio Continente correva diritto verso il disastro bellico.

Dei meriti del fascismo c’è testimonianza ovunque in Italia, dall’urbanistica alle opere pubbliche, dalla lotta alla mafia agli istituti sociali come la previdenza.

A tale proposito vale la pena rilevare una curiosa coincidenza. Proprio mentre Mattarella esprimeva questo giudizio liquidatorio del fascismo, nelle stesse ore, lo stesso Mattarella inviava anche un messaggio sulla ricorrenza della nascita dell’Inps. «La celebrazione dei 120 anni dell’Istituto nazionale di previdenza sociale, significativo traguardo nell’affermazione dei diritti dei cittadini, sottolinea la rilevanza di un Istituto che, nato per iniziativa delle parti sociali, ha contribuito alla storia del nostro Paese». In realtà è sbagliato dire che la data di nascita dell’Inps sia il 1898. In quell’anno nacque  solo la  Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai. Si trattava  di un’assicurazione volontaria integrata da un contributo di incoraggiamento dello Stato e dal contributo anch’esso libero degli imprenditori. Nel 1919, dopo circa un ventennio di attività, l’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia diventò   obbligatoria e interessando 12 milioni di lavoratori.

Fu però solo nel 1933, in piena epoca fascista, che nacque l’Inps propriamente detto, che assunse all’inizio la denominazione  Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, poi, dal 1943, la denominazione attuale. Non fu un semplice cambiamento di sigla, perché solo nel 1933 il sistema della previdenza italiana si strutturò in un ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica e gestione autonoma .

Visto che ci siamo, ricordiamo anche che nel 1939 (anche in questo caso in piena epoca fascista)  furono istituite le assicurazioni contro la disoccupazione e la tubercolosi e furono istituiti gli assegni familiari. Furono altresì istituite le integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o a orario ridotto. Sempre in quell’anno, il  limite di età per il conseguimento della pensione di vecchiaia fu ridotto a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne e venne inoltre  istituita la pensione di reversibilità a favore dei superstiti dell’assicurato e del pensionato. Ci sono voluti Monti, Fornero, Padoan e Tito Boeri per mettere in discussione le conquiste sociali realizzate dal fascismo. Mussolini non ebbe dunque meriti?