Monumenti fascisti, il dibattito supera l’Atlantico: una provocazione del “New Yorker”

Le polemiche sui monumenti fascisti sono la classica espressione di una mentalità totalitaria che punta ad azzerare la memoria culturale. È una tendenza che non agisce solo in Italia ma in tutti i Paesi in cui infuria il politically correct. Nei giorni scorsi se ne è occupato il magazine del New Yorker che si è chiesto: “Perché così tanti monumenti fascisti sono ancora in piedi in Italia?”. La provocazione  rientra nella polemica in corso negli Usa su statue e simboli del passato confederato.

Questa iniziativa è stata rilanciata dal Sole 24Ore che ha avviato il dibattito con un articolo di Fulvio Irace che demolisce la pretesa cancellare i segni del passato solo per il fatto che rimando a stagioni giudicate scomode dal pensiero dominante. «L’idea che la storia sia una tabula rasa che si può ridisegnare secondo i criteri del politicamente corretto del momento, purtroppo è diventata la regola di dittatori e populisti democratici in cerca di legittimazione. Non ci vuole molto infatti a capire che dietro le parole del New Yorker si celi l’ennesima versione del funesto principio dell’esportazione della democrazia, che tanti dissesti ha creato nelle coscienze e nella geopolitica di questo inizio secolo». L’autore dell’articolo considera «puerile e semplificatoria quanto criticamente fallace» l’idea di demolire gli edifici costruiti durante il fascismo. «La storia non può avere la pretesa di riscrivere il passato a suo piacimento, essendo esso il patrimonio condiviso di una memoria collettiva». Quelle testimonanze appartengono a tutti gli italiani, al di là delle loro opinioni politiche e dei loro, diversi giudizi sulla storia. Perché un fatto è incontrovertibile: «Quegli edifici hanno segnato l’ingresso dell’Italia rurale nella modernità e hanno costituito di fatto l’ultima stagione dell’intervento pubblico di qualità». E tanto basta.