Quanta retorica nei film sui migranti: la melassa buonista inonda pure il Lido di Venezia

Per fortuna che a Venezia anche quest’anno la cavalleria americana promette di salvarci: il settimo cavalleggeri in arrivo direttamente da Hollywood con due film statunitensi in concorso – oggi si sono candidati al Leone d’Oro First Reformed di Paul Schrader con Ethan Hawke e Amanda Seyfried, e The shape of water di Guillermo del Toro con Sally Hawkins, Richard Jenkins e Octavia Spencer – che in queste ore hanno provato a salvare il calendario delle proiezioni dalla melassa in salsa buonista che gli autori di casa nostra hanno già cominciato a dispensare a generose dosi da questo pomeriggio. 

Venezia, presentati alla Mostra 2 titoli italiani sui migranti

E così, mentre i due titoli a stelle e strisce provano a raccontare tra spettacolarità e riflessione, il primo la crisi spirituale di un reverendo e l’ambientalismo radicale, con esiti drammatici; il secondo i tempi della Guerra Fredda, dove in un laboratorio top secret si conduce un esperimento su una strana creatura metà uomo e metà pesce, che uno scienziato senza scrupoli vuole trasformare in un’arma vivente, al Lido irrompe l’attualità italiana affidata per oggi a Andrea Segre,  certo se si esclude l’evento fuori concorso dedicato a Gianni Amelio e al suo personale sguardo sul dramma umano e civile vissuto dalla comunità di Amatrice nel terremoto del 24 agosto 2016, descritto in Casa d’altri. Dunque, si diceva del film del regista veneto Segre, altra proiezione speciale, intitolato L’ordine delle cose, incentrato sul tema della crisi dei migranti nella Libia post-Gheddafi attraverso la storia di Corrado (Paolo Pierobon), un alto funzionario del Ministero degli Interni italiano specializzato in missioni internazionali contro l’immigrazione irregolare, il cui approccio alla crisi è destinato a cambiare radicalmente – poteva essere diversamente? – dopo l’incontro con una migrante.

Film e docu-film, cambia il linguaggio, ma non la retorica

Il film, nelle sale da giovedì 7 settembre, del cui cast fanno parte anche Giuseppe Battiston, Valentina Carnelutti e Olivier Rabourdin, fa il paio – nella sua diversità, è chiaro – con un altro titolo di casa nostra, Mon Amour, Mon Ami di Adriano Valerio, guarda caso ancora una volta con soggetto l’immigrazione sviluppato tra peana alla multiculturalità e sguardo critico rigorosamente politically correct. Il cortometraggio, che mette in scena  le aspettative, le paure e le piccole increspature d’animo di due figure a bassa intensità mediatica ma ad alta densità umana, Fouad (39 anni) e Daniela (56 anni), lui marocchino di Casablanca e lei barese, in gara tra i corti della sezione Orizzonti, punta sul linguaggio documentario che molti hanno sottolineato essere positivamente asciutto e non anonimo. Peccato, allora, quell’indugiare ancora una volta sull’abusato tema dell’incontro con l’altro che il cinema italiano – specie in questa edizione della Mostra – punta ad esaltare romanticamente descrivendo come un sogno quello che nella realtà di tutti i giorni rivela aspetti da incubo sempre più concreti.