L’iperbole di Neymar: trecentomilioni per rescindersi e regalarsi

Trecentomilioni. E perciò Neymar non è più un cognome. E non è più neppure un calciatore. Neymar è un paradigma, un archetipo. È il disegno di una nuova realtà che si svela. Il calcio che sarà o che, forse, finirà. Trecentomilioni per rescindersi e per regalarsi: Neymar è l’annunciazione che sbalordisce e silenzia l’Uefa. È il re della pedata che diviene pedina. È la ripicca milionaria dell’Emiro all’affronto seppur solo tentato dalla dirigenza catalana che voleva scippargli Verratti. Neymar da Silva Santos Junior, venticinquenne talentuoso fuscello brasiliano, gestito e diretto dal Senjor padre, s’avvia agli altari dell’immortalità non in forza di raffiche di gol, ma di valigie colme di danaro. Potrebbe, per assurdo, non vincere più nulla, a cominciare da quel mondiale che per la torcida carioca è tutto ciò che conta nella vita. Potrebbe non segnare più né driblare né esibirsi in allunghi e piroette e slalom con la palla incollata al piede. Potrebbe smettere addirittura di giocare Neymar. Ed entrerebbe comunque nell’Olimpo della pedata. Non riuscirà a segnare i mille e più gol di Pelè. Non vincerà una partita praticamente da solo come fece Maradona contro gli inglesi. Ma, da adesso in poi, come loro sarà raccontato e ricordato. Insieme ai trecentomilioni coi quali riscatterà se stesso dal Barcellona Fc e, subito dopo, si regalerà al Paris Saint Germain dell’Emiro del Qatar. Eupalla, il dio del calcio emerso dalla penna acuminata di Gianni Brera, non sarà entusiasta. Ma con quei trecentomilioni se ne farà anche lui una ragione.