Il petrolio dell’Isis arriva anche in Italia: ecco le rotte delle “navi fantasma”

Il petrolio dell’Isis arriva il Italia? A quanto pare sembra proprio di sì. Come spiega un’inchiesta di Repubblica, l’ipotesi investigativa è finita in un dossier riservato del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza. «È possibile ritenere che le importazioni di petrolio da zone sottoposte al controllo delle organizzazioni terroristiche abbiano come terminali anche le principali raffinerie italiane. Disarticolare ogni possibile frode nel settore degli olii minerali può avere una valenza strategica nel contrasto al finanziamento al terrorismo», si legge nel report riportato da Repubblica.

Il petrolio dell’Isis, l’indagine della Guardia di finanza

Ma come farebbe il petrolio ad arrivare nel nostro Paese? Un’ipotesi potrebbe basarsi sul fatto che a sessanta miglia a sud di Malta, nel tratto di acque internazionali, alcune petroliere provenienti dalla Turchia, dalla Russia e dalla Libia, spariscano per qualche ora, giusto il tempo di travasere il greggio clandestino. Proprio per questa ragione, le motovedette che l’Italia ha fornito alla Guardia Costiera libica sono state utilizzate anche per dare la caccia alle bettoline. Si legge ancora su Repubblica, che nel report della Finanza si parla anche della rotta turca. «I gruppi jihadisti trasportano il greggio su camion al confine con la Turchia, dove broker e trader lo comprano pagando in contanti». Da qui il carico parte via mare o terra, seguendo in quest’ultimo caso una rotta che negli ultimi mesi sembra essere stata abbandonata. Certo è che la Turchia – sostiene l’intelligence italiana – ha sempre avuto un atteggiamento morbido nei confronti dei trafficani siriani. Un anno fa i servizi russi accusarono il figlio del presidente turco Erdogan, Bilal, di essere “il ministro del petrolio di Daesh”, indicando alcune società di sua proprietà attraverso le quali lo avrebbe commercializzato in Europa. Accuse che in Italia, dove Bilal ha vissuto e dove è stato indagato dalla procura di Bologna per riciclaggio, non hanno trovato alcun fondamento tant’è che il fascicolo, nel gennaio scorso, è stato archiviato. 

Gli ispettori dell’Onu

Qualsiasi sia la rotta, si legge ancora su Repubblica, è un fatto che il greggio libico sia finito illegalmente via mare in Italia, in Turchia e a Malta, e via terra in Tunisia. Lo hanno dichiarato gli ispettori dell’Onu a giugno, in occasione dell’ultima risoluzione. Anche loro fermandosi al primo passaggio, cioè le raffinerie, senza però investigare se gli intermediari siano, o siano stati, collegati ai gruppi fondamentalisti. «Il ricavo dell’Isis della vendita del petrolio, venduto vicino al luogo di produzione – scrivono le Fiamme gialle – si aggira sui 20-35 dollari al barile, da ciò gli intermediari possono poi giungere a prezzi di vendita pare a 60-100 dollari. E la stima per eccesso della produzione attuale si attesta sui 50mila barili quotidiani». Sono un milione di euro al giorno. L’ultimo tesoro dell’Isis.