“Per interposta persona”, l’ultimo romanzo di Rocco Familiari

Familiari è uno scrittore a mio parere trascurato dalla critica letteraria italiana (in genere molto attenta e di elevato profilo). Malgrado abbia pubblicato con una casa editrice di tutto riguardo, la veneziana Marsilio, quattro romanzi di grande livello e un raffinato volume di racconti, che hanno ricevuto importanti riconoscimenti, anche internazionali (il “Prix du Premier Roman” a Chambery per il suo romanzo d’esordio, L’odore, il premio “Joyce Lussu” per i racconti), e da Il sole nero (il secondo romanzo) sia stato tratto l’omonimo film diretto da un regista di culto come Krzysztof Zanussi (interpretato da Valeria Golino, molto amata in Francia), la critica ufficiale, fatte salve alcune lodevoli eccezioni, non gli ha dedicato finora l’attenzione che merita. Certo, il mercato editoriale italiano è fra i più affollati della scena europea, non solo dagli scrittori di mestiere, ma anche da romanzieri di… “complemento”: comici, presentatori televisivi, direttori editoriali, signorine di… cattiva famiglia, perfino calciatori, sarti e cuochi…! Sembra che tutti si sentano in dovere di scrivere romanzi!

A danno di Familiari credo abbia giocato anche il fatto che per più di metà della sua vita egli sia stato un importante manager pubblico e, contemporaneamente, un drammaturgo di successo, nonché un operatore culturale – ha fondato e diretto il Festival Internazionale del Teatro di Taormina – tutte attività che possono disorientare, in un certo senso, la critica. La narrativa è venuta infatti per ultima, dapprima con romanzi costruiti sul canovaccio di precedenti opere teatrali, L’odore, tratto dalla pièce andata in scena nel 2003 al Festival dei Due Mondi di Spoleto, diretto allora da Menotti (interpretata da Enrico Lo Verso), e Il sole nero (tratto dal dramma Agata), quindi con il volume di racconti Il ragazzo che lanciava messaggi nella bottiglia e il romanzo Il nodo di Tyrone, questi ultimi senza “ascendenze” teatrali, e ora Per interposta persona. Nel contempo Familiari ha scritto saggi, di letteratura, arte figurativa (un’altra sua passione, anche come collezionista), musicologia, ed episodicamente, ma sempre con esiti di straordinaria limpidezza, ha tradotto: dal tedesco (fra gli altri, Vinzenz di Musil, per la compagnia Nanni-Kustermann, Penthesilea di Kleist, Wozzeck di Büchner, edito da Pagine), dal francese (Le diable au corps, per la Biblioteca del Novecento di Marsilio) e latino (i Drammi di Rosvita e la Chrisis di Enea Silvio Piccolomini, per San Miniato).

Io l’ho conosciuto nella veste di romanziere grazie a un amico e collega, il compianto Predrag Matvejevic, il quale, nel 2005, a una riunione del Pen Club, mi disse che stava scrivendo una postfazione per il romanzo di un “illustre esordiente” (riferendosi al fatto che Familiari era ancora o era stato Presidente di un importante Ente pubblico). Si trattava de L’odore (uscito poi nel 2006), e la postfazione è una ricostruzione puntuale dei molteplici interessi di Familiari (da essa ho attinto per alcune notizie), soprattutto della sua attività di drammaturgo, che Matvejevic aveva avuto modo di conoscere e apprezzare. Mi mandò il romanzo, che lessi d’un fiato, catturata dalla scrittura elegante e asciutta e dalla

vicenda narrata, quanto mai originale e audace (mi sorprende che ancora non sia stato trasposto in un film).

Per la verità il nome non mi era del tutto sconosciuto, avendo letto per caso qualche anno prima un articolo apparso sulle pagine culturali dell’Handelsblatt (giornale a cui mio marito, economista, collaborava) dedicato alla sua passione per l’Espressionismo e alla sua amicizia con uno dei maestri della “Brücke”, Karl Schmidt-Rottluff.

Conobbi poi Familiari a Chambery in occasione del conferimento del premio per il romanzo che io avevo letto, L’odore (scelto fra tutte le pubblicazioni dei paesi europei dell’anno precedente). Ero stata invitata alla sessione di traduzione che fa parte dei doveri del premiato, presiedere cioè i lavori di una trentina di traduttori che si cimentano con il primo capitolo del romanzo vincitore. E’ un modo, senz’altro impietoso…, per saggiare le qualità di una scrittura che infatti, all’analisi, da… anatomisti più che da letterati, degli interpreti, non può nascondere eventuali carenze. L’odore superò brillantemente la prova, e Familiari, fra l’altro, ci aiutò a coniare un neologismo. Nel romanzo egli usa l’espressione “castello in aria” per definire il letto “a castello”, posto in alto, quasi al soffitto, su cui il giovane detenuto ’Ndria dorme (il nome è un omaggio dichiarato allo scrittore più amato da Familiari e di cui fu grande amico, Stefano D’Arrigo, autore del monumentale Horcynus Orca, tradotto finalmente dopo quasi quarant’anni dalla sua uscita, in Germania, e tra poco anche in Francia). Ma è pure, approfittando dell’ambiguità dell’espressione stessa, un’allusione ai suoi sogni di libertà. In francese l’equivalente sarebbe “chateau en Espagne”, che non ha però la stessa doppia valenza. Dopo vari e infruttuosi tentativi di trovare un sinonimo, da un letterale (e orrido!) “chateau dans l’air o en air”, all’impotente virgolettato “castello in aria”, Familiari propose “chateau dans les nuages”, accolto unanimemente con un battimani. Non so se il neologismo sia stato usato in seguito da qualche scrittore, ma sono testimone del suo ingresso ufficiale nella lingua francese. Il romanzo suscitò l’interesse di una nota italianista, Monique Baccelli, che decise di tradurlo per proprio conto al fine di promuoverne la pubblicazione in Francia.

Da allora ho prima fatto una full immersion nell’opera teatrale di Familiari, aiutata in questo sempre da Predrag (per tanti anni mio collega alla Sorbonne, prima che venisse chiamato, per chiara fama, dall’università “La Sapienza” di Roma), che mi ha fornito i testi, tutti pubblicati per fortuna (e raccolti anche in un ponderoso volume di mille pagine, edito da Gangemi nel 2008), dal primo “monodramma” Ritratto di spalle, apparso nella preziosa collana di Scheiwiller “All’insegna del pesce d’oro” (presentato, con gli altri titoli della collana stessa, a una mostra al Beaubourg – non mi risulta che il raffinato editore italiano abbia ricevuto riconoscimenti analoghi nel suo paese) ai lavori più importanti e strutturati: da Don Giovanni e il suo servo, con cui Familiari fu tenuto a battesimo come drammaturgo da Trionfo, il più colto e geniale regista italiano e forse europeo della seconda metà del Novecento, a Il Presidente (testo di incredibile attualità sui rapporti fra il reale e l’immaginario, scritto molto prima di The Truman show) e Herodias e Salome, diretti entrambi da Zanussi, con il quale Familiari ha creato un sodalizio umano e intellettuale ormai più che ventennale (il regista polacco ha anche messo in scena quattro anni fa in russo L’odore, da allora nel repertorio di un importante teatro di Perm), fino all’ultimo,

Amleto in prova, diretto da Missiroli nel 2004 al Festival dei Due Mondi di Spoleto (che io sappia, Familiari è l’unico autore italiano a essere stato ospitato per due anni di seguito dall’importante rassegna). Ho poi letto i romanzi, i racconti e i saggi, man mano che vedevano la luce, ammirata non solo dalla vastità dei suoi interessi, ma dalla originalità dei temi e dello stile.

Fino a questo, ancora una volta sorprendente, Per interposta persona, che sembra essere stato scritto, per la freschezza dell’approccio e la passione che lo anima, da un enfant prodige e non da un autore alla soglia degli ottant’anni. Ci sono naturalmente i topoi consueti (almeno per me) delle sue storie, i riferimenti musicali e all’arte figurativa. In questo caso uno dei protagonisti del romanzo è addirittura un Trittico di Bacon, e lo stesso pittore interviene nella storia, intessuta di episodi inventati, ovvio, ma anche reali. Familiari, nel mandarmi il libro in anteprima, mi aveva espresso la sua preoccupazione che i fatti realmente accaduti venissero scambiati per immaginari e quelli inventati per veri. L’ho tranquillizzato: anche se fosse così, sarebbe una ulteriore prova della sua forza di narratore…

La vicenda è apparentemente semplice, ed è efficacemente sintetizzata nel risvolto di copertina (cosa che accade molto di rado…): “Il professor David Lawrence, ormai in pensione, rievoca un periodo della sua vita in cui, giovanissimo docente nella Londra di fine anni Sessanta, diventa il confidente di un suo timido allievo, Philip, che ama una compagna di studi, Lynn, invaghita invece proprio del fascinoso insegnante. Per aiutare Philip a raggiungere il suo scopo, David avvia un’opera di seduzione “per interposta persona”. Pur deciso a non lasciarsi coinvolgere nel rischioso “gioco a tre”, deve fare i conti con la determinazione di Lynn, una ragazza solo apparentemente fragile.

Intorno ai protagonisti di questo che è anche un “romanzo di formazione”, ruota una serie di indimenticabili personaggi reali e immaginari: il maestro di David, un raffinato giurista-musicologo; una famosa violinista con cui David ha avuto la storia più importante della sua vita; le altre donne che si alternano nel suo letto di giovane scapolo; il violoncellista Casals nell’ultimo concerto della sua carriera; un professore praghese, che sembra uscito da un racconto di Meyrinck. Infine, il pittore Francis Bacon: un suo Trittico, infatti, sarà la chiave di volta della vicenda.

Come in tutti i suoi romanzi, Rocco Familiari alterna lirismo, pathos e sottile humour, con un ritmo incalzante e seducente.”

La diacronia fra il tempo della narrazione (oggi) e quello nel quale accadono i fatti rievocati (gli anni a cavallo fra il Sessanta e il Settanta) introduce un elemento di dinamismo: ci si muove infatti lungo due linee parallele, la vita del docente, la sua carriera, le sue storie personali, e la vicenda vera e propria del romanzo, per cui si entra ed esce continuamente dalla storia principale (quale?).

In tutti i lavori di Familiari, teatrali o narrativi che siano, vi sono molteplici livelli di lettura, con qualcosa di non completamente svelato, una sorta di fondo oscuro che costringe il lettore a uno sforzo ulteriore di interpretazione (e che affascinava Trionfo nel Don Giovanni e il suo servo, come testimonia l’interessante conversazione con Familiari, pubblicata nell’appendice del volume che raccoglie tutti i testi teatrali). In questo romanzo

il “fondo oscuro” prende corpo, per così dire, in un’inquietante opera di Bacon, che costituisce una sorta di “basso continuo”, su cui in qualche modo si regge la vicenda.

Un’altra della costanti di Familiari è il ruolo giocato dal “doppio” (a volte anche nei titoli: Don Giovanni e il suo servo, Herodias e Salome, OrfeoEuridice, L’altra metà). In Per interposta persona si potrebbe dire che vi è addirittura una moltiplicazione di punti di vista, di “rispecchiamenti” continui di un personaggio nell’altro.

Familiari non tradisce la sua natura di drammaturgo di razza, soprattutto nei dialoghi (la parte prevalente del romanzo) di forte presa, tali da fare entrare immediatamente il lettore nella psicologia dei personaggi, senza bisogno di ricorrere a descrizioni che rallenterebbero lo svolgersi degli avvenimenti.

Anche la scelta dell’io narrante è di tipo drammaturgico, una sorta di “monologo cum figuris.” Alcune scene poi sono platealmente teatrali: il concerto del violoncellista (il modello esplicito è Casals), con l’interazione fra l’interprete, il suo panciuto strumento e il pubblico, il recital d’addio del famoso soprano (anche qui un modello reale: la grande, bellissima Elizabeth Schwarzkopf).

Familiari utilizza, a fini narrativi, anche persone facenti parte della sua biografia personale. Bacon, innanzitutto (la rivista cui si accenna nel romanzo, regalata dal grande pittore inglese a David, il protagonista, è stata effettivamente donata da Bacon a Familiari nel corso di un incontro a Londra, ricostruito fedelmente e “prestato” al personaggio del romanzo), il filologo praghese Wallmann, il regista polacco Zanussi, Lorenza Mazzetti, costituiscono con la loro “entrata in scena” degli innesti di realtà viva in una vicenda per il resto, completamente, come si diceva un tempo, “di fantasia”. Da qui la scelta dell’autore di ambientare la vicenda a Londra, per prendere in qualche modo le distanze, anche fisicamente, dalla storia narrata.

E la Londra vista con gli occhi di uno scrittore straniero mostra aspetti di sé poco noti o dimenticati: il Covent Garden, un tempo “luogo delle tenebre”, diventato oggi “regno della luce”, la prima pagina del Times, fino a pochi decenni fa interamente destinata agli inserti pubblicitari, le leggi omofobe abrogate solo di recente, la statua di Bentham nella facoltà di Economia dell’università, e così via.

Il romanzo, pur non essendo una semplice narrazione, ma anche una continua riflessione su valori, problemi, sentimenti, emozioni, non allenta mai la presa sul lettore, merito sia della scrittura, semplice e colta al tempo stesso, sia della capacità dell’autore di dar vita a personaggi di forte “presenza”.

Alla mia domanda sul perché sia passato dall’impegno manageriale alla drammaturgia prima (ma in effetti le due attività sono sempre coesistite) e alla narrativa poi, Familiari mi ha risposto che ha un bisogno vitale di creare personaggi che vorrebbe conoscere, incontrare, frequentare, o anche combattere, e ideare situazioni nelle quali amerebbe trovarsi implicato, storie che interessino prima di tutto lui, convinto com’è che ogni elemento della narrazione e del ricordo abbia la stessa opinabilità o veridicità. Ma, prima di tutto, mi ha ripetuto più volte, scrive “per imparare”.

Questo mi sembra un codice etico che tutti gli scrittori dovrebbero adottare.

*Emerita di Filologia dell’università Paris-Sorbonne