Le regole su come riconoscere la vera pasta italiana nei supermercati

Pasta  in cartoni non a norma, senza etichettatura, o spacciata per italiana quando invece non lo è. le denunce sono state tante e le segnalazioni contnuano ad arrivare. Come annuncuato più volte, il governo ha mandato a Bruxelles lo schema di decreto che introduce l’obbligo di indicare in etichetta l’origine del grano utilizzato per fare la pasta. Nelle more dell’approvazione e delle eventuali modifiche, come ci si può regolare per essere sicuri di acquistare la pasta italiana al 100% e distinguerla da quella fatta con frumento importato? Libero quotidiano ci dà qualche “”dritta”:

«Regola uno: non fidarsi di bandierine tricolori, coccarde, nastri e simboli che evochino l’italianità. Non c’è alcuna regola che ne impedisca l’uso, anche in presenza di materia prima straniera. Regola due: made in Italy, si può tradurre liberamente come «confezionato in Italia» e non garantisce nulla sulla provenienza degli ingredienti. Regola tre: se non c’è scritto nulla vuol dire che non si tratta di pasta italiana al 100%. Checché ne dica l’industria, l’origine nazionale è un valore aggiunto e chi può dichiararla lo fa senza esitazione. Consapevole che i consumatori sono disposti a pagare di più ed è più facile fidelizzarli». Stabilite queste tre discriminanti molto indicative – leggiamo nell’articolo quali sono attualmente i prodotti che abitualmente si trovano sugli scaffali della grande distribuzione.

Negli ultimi anni l’offerta di prodotti nazionali si è ampliata. Se si eccettuano i produttori artigianali,  i marchi di pasta 100% Italiana , sono in tutto una cinquantina, con infinite varianti. E quasi uno su due è un prodotto biologico, con tanto di certificazione. Fra i brand più diffusi quasi ovunque nello Stivale, segnalo la pasta di Gragnano Igp Fiorfiore Coop. Poi sicuramente la Voiello, ottenuta a partire soltanto da grano Aureo e frutto di un accordo di filiera fra Barilla, proprietaria del pastificio di Torre Annunziata, e gli agricoltori. 

«Altro marchio abbastanza diffuso – si legge – è Alce Nero, presente sui banconi con infinite varianti: pasta di grano duro, di farro, pasta di Gragnano, di frumento Senatore Cappelli. E sempre fatta con il frumento del Duce (noto per essere stato il protagonista della «battaglia del grano») è la Dalla Costa, sede a Castelminio di Resana, in provincia di Treviso, fra i primi produttori a far uscire dal dimenticatoio questa varietà di cereale. Dalla medesima zona, per la precisione da Castello di Godego, arriva la pasta Sgambaro che ha ottenuto la certificazione Csqa per il grano duro italiano. Certificazione condivisa anche dai maccheroni Voi, Valori Origine Italiana, frutto della collaborazione fra Iper la Grande I e Coldiretti.

Dalla Puglia arriva la linea Dedicato della Granoro, fatta esclusivamente con frumento coltivato nella regione. Mentre è avellinese la pasta Grano Armando della famiglia De Matteis, pure dei frutto di un accordo di filiera corta con i coltivatori locali. E poi ci sono i maccheroni di farro (quasi sempre bio), capaci di conquistarsi negli ultimi 12 mesi uno spazio considerevole in tutte le insegne della grande distribuzione. Da segnalare, anche Poggio del Farro, Sgambaro, Fior di Pietra.

Invece la lista dei prodotti che utilizzano con disinvoltura il tricolore o che si definiscono «made in Italy», pur senza utilizzare soltanto materia prima nazionale, è molto lunga. Fra quelli più noti ci sono sicuramente De Cecco e Divella, ma mi sono accorto che al gruppo si è aggiunta di recente pure la pasta Esselunga Bio, che fa sfoggio sul pacchetto di un tricolore accompagnato dalla scritta: «Prodotto in Italia».