Mafia, la figlia di Boris Giuliano: «Mio padre sapeva di morire e fu lasciato solo»

«Mio padre era stato lasciato solo dalle istituzioni, da quei magistrati che avrebbero dovuto portare avanti le sue indagini. E che, invece, forse per paura o chissà, per connivenza, hanno fatto in modo che uno dei suoi esecutori materiali scappasse qualche giorno prima di ucciderlo». E’ la denuncia di Selima Giuliano, la figlia di Giorgio Boris Giuliano, il dirigente della Squadra mobile di Palermo ucciso dalla mafia il 21 luglio 1979. Intervenendo alla presentazione del libro scritto con Alessia Franco, ‘Raccontami l’ultima favola’ (Mohicani edizioni, 60 pagg., 10 euro), durante la ‘Via dei Librai’ a Palermo, Selima Giuliano, oggi quarantenne, ricorda il padre ucciso da Cosa nostra perché ritenuto un ostacolo dai boss su cui stava indagando. Sul palco anche il questore di Palermo Renato Cortese e il giornalista Franco Nicastro. “Il libro – spiega Selima Giuliano – ha aiutato a fare luce su mio padre, che non era solo il poliziotto a caccia di mafiosi”. “Si è trovato a essere un eroe suo malgrado – dice Selima Giuliano – perché certamente era una persona normale, una persona coraggiosa. Con una intuizione in più in quegli anni, perché ricordiamo che è stato tra i primi ad avere un contatto con l’Fbi, e parliamo degli anni Settanta. Intuizioni forse dovute al lavoro precedente che faceva, cioè il manager. Iniziò a intraprendere un metodo investigativo del tutto nuovo, nei rapporti con i giornalisti e la sua squadra”.

Boris Giuliano, una morte annunciata

Parlando poi del suo rapporto con il padre – Selima aveva appena sette anni quando il padre fu ucciso dai boss – la figlia del Capo della Mobile racconta, emozionata: «Posso dire che era un padre eccezionale, che aveva una grandissima qualità che spesso non abbiamo in tanti: di lasciare fuori dalla porta tutti i pensieri. Lui certamente sapeva che sarebbe morto, che da lì poco lo avrebbero ammazzato». E ricorda la telefonata arrivata qualche tempo prima di essere ucciso in cui si annunciava che avrebbe avuto una “vita breve” perché sarebbe stato  ucciso. «Aveva toccato dei punti nelle sue investigazioni che lo avrebbero portato alla morte e lui lo sapeva», dice Selima. «Eppure, a noi figli, tranne a mio fratello, che era un po’ più grande, non aveva mai mostrato alcuna forma di tristezza», dice ancora Selima Giuliano. Il figlio di Boris Giuliano, Alessandro Giuliano, oggi, a neppure 50 anni è a capo del Servizio centrale operativo.

Lettera al padre

«Mio padre era sempre allegro – continua Selima, che ha chiamato il figlio proprio come il padre – Giocava sempre con noi. Chiudeva la porta di casa e ci parlava, ci raccontava delle favole, magari cambiandone il finale. Noi portiamo dentro questo bellissimo ricordo».  Selima Giuliano non è una donna che ama apparire. Ma ci tiene a sottolineare: “Per me è importante parlare di mio padre, perché la memoria è una operazione molto importante. Ma che sia la memoria di tutti, di tutti i morti che Palermo ha avuto e che Palermo il dovere di ricordare sempre”. Giorgio Boris Giuliano non era solo il poliziotto tenace e moderno, grande nemico di Cosa nostra, era soprattutto un marito innamorato e un papà affettuoso, disponibile, “che riempiva lo spazio e l’atmosfera di gioia” e che raccontava ai tre figli le favole, come si legge nel libro di Alessia Franco. Conosciuto dal grande pubblico solo da poco tempo, grazie soprattutto alla fiction andata in onda lo scorso anno su Rai1 con Adriano Giannini come protagonista, il libro ‘Raccontami l’ultima favola’, si chiude con una lettera aperta della figlia Selima indirizzata al padre Boris Giuliano. “Eri un uomo allegro – scrive Selima – ma la tua non era quella allegria facile di chi si trova in mezzo agli eventi, o peggio di chi li sottovaluta. La tua allegria, il suo sorriso, avevano radici più profonde: erano scelti, coltivati giorno per giorno, per te e per gli altri”. “Come te anche io l’ho scelta, questa mia allegria – continua Selima Giuliano – C’era un tempo in cui invece l’avevo ricevuta da te, papà. Anzi, mi sentivo io stessa la pianta dell’allegria, c’eri tu ad innaffiarmi. era così bello e normale che non ci pensavo. Respiravo dolcezza e mi sembrava normale”. La prefazione è a cura di Lucia Risicato.