L’Osservatore Romano: «L’eutanasia è una strada molto pericolosa»

La strada dell’eutanasia è  “una strada sbagliata, e molto, molto pericolosa”. Lucetta Scaraffia,  in un editoriale sull’Osservatore Romano, apre la riflessione su  quanto poco si sappia sulla morte e su quanta confusione ci sia  intorno ai concetti di “condanna a morte”e “morte volontaria”. Lo  spunto arriva da un intervento di Mario Marazziti sulla vicenda di dj Fabo: “Credo di non essere stata la sola a provare un brivido di  orrore leggendo l’articolo che Marazziti ha scritto su Avvenire.  Come antico militante e successivamente vicepresidente della  Coalizione mondiale contro la pena di morte, il parlamentare italiano  ha osservato che il farmaco somministrato al dj Fabiano Antoniani per  assicurargli la morte in una clinica svizzera era lo stesso  Pentobarbital che viene usato per i condannati a morte negli Stati  Uniti”.

“Già questa confusione fra condanna a morte e morte volontaria è  inquietante, ma ancora più inquietante – evidenzia la Scaraffia sul  quotidiano d’Oltretevere – è scoprire le modalità opposte con le quali viene descritta e valutata l’azione di questo farmaco. Se, come nel  caso svizzero, si assicura una morte dolce e felice, quando si passa  al penitenziario dove avviene l’esecuzione della condanna a morte,  secondo la voce delle associazioni che la combattono tutto cambia. Il farmaco stesso è stato messo sotto accusa, perché i suoi effetti,  guardati con una lente diversa, risultano meno rassicuranti, tanto da  indurre le associazioni in questione a chiederne alla ditta  farmaceutica produttrice il ritiro. E questo, sia pure con tempi lenti, sembra che stia avvenendo”.

Rileva la storica che “secondo le associazioni che combattono la pena di morte, l’obiettivo di una morte ‘pulita’ non è  stato raggiunto neppure questa volta. Certo, si prepareranno altri farmaci, e si ricomincerà daccapo tutto: da una parte verrà assicurata una morte ‘dignitosa’ – quella dignità che il nome stesso della  clinica svizzera, Dignitas, vuole garantire – dall’altra si confermerà il sospetto di un uso che non solo è da condannare in sé, ma da giudicare con severità a proposito degli effetti sulla vittima. In un  gioco di specchi che impedisce di vedere la realtà, e che testimonia  come sia facile cadere vittime delle manipolazioni ideologiche”.

Scaraffia invita a guardare in faccia la realtà: “Ci lasciamo  convincere facilmente che si può ‘comprare’ una morte facile e  indolore. Ma la realtà mette in dubbio questa consolante certezza,  anche se non la si vuole vedere: leggendo gli articoli relativi ai due diversi scenari, l’eutanasia e l’esecuzione capitale, in genere si  rimane convinti che si tratta di realtà profondamente diverse. E non  solo perché l’una è volontaria e l’altra è involontaria. Ma tutto  cambia se scopriamo che la sostanza è la stessa, e che il procedimento è esattamente uguale sia che si tratti di una costosa clinica svizzera oppure di una prigione per condannati a morte. Non possiamo più  continuare a vedere due esperienze distinte: qui forse la tortura, là  una liberazione dignitosa”.