Aumenta l’economia sommersa illegale ma viene perseguita poco

L’economia sommersa e illegale in Italia rappresenta il 20,6% del Pil nazionale, una cifra che si stima superiore ai 310 miliardi di euro. La percentuale aumenta al  Sud, dove l’economia “non osservata” rappresenta un valore intorno al 28,6% del Pil della macroarea, una stima di poco superiore ai 100 miliardi di euro. Sono alcuni dei dati contenuti nel nuovo numero monografico della rivista internazionale Rassegna economica, dal titolo “Reati economici ed efficienza della giustizia: impatti sul rischio di credito”. Salvio Capasso, responsabile economia delle imprese Srm (Studi e ricerche per il Mezzogiorno) e coordinatore editoriale della rivista, ha approfondito il rapporto tra il peso dell’economia illegale e sommersa sul territorio, la funzionalità e l’efficienza della sfera giudiziale e la competitività del sistema economico e finanziario sull’incidenza del rischio di credito. Illegalità e sommerso, si legge nel rapporto, “riducono la competitività del sistema Paese incidendo anche sul Pil potenziale, riducendone le attese di crescita”. E in effetti viene evidenziato che “se il peso dell’economia sommersa e illegale in Italia scendesse al livello medio dei Paesi dell’area euro, sarebbe possibile recuperare il 2,5% del Pil nazionale pari a un valore di circa 40 miliardi di euro”. Nel Mezzogiorno il valore recuperabile, ipotizzando un allineamento alle medie nazionali, “sarebbe di circa 13 miliardi di euro pari al 3,6% del Pil locale”.

L’economia sommersa vale 310 miliardi di euro

La perdita di valore aggiunto causata dall’illegalità, si legge ancora, “deve trovare un contrappeso nell’efficienza del sistema giudiziario, e sebbene l’Italia sia ancora lontana nella classifica europee per la durata dei processi e per i costi connessi alla risoluzione delle controversie commerciali, si intravedono significativi miglioramenti non solo sui tempi e procedimenti ma anche sul versante della digitalizzazione”. L’Italia, ricorda il rapporto, “è al 108° posto nel ranking delle 190 economie prese in esame dal Rapporto Doing Business quanto a capacità di far rispettare i contratti. E al 25° posto quanto a capacità di risoluzione dell’insolvenza e procedure concorsuali. E’ di 1.120 giorni la durata della procedura per la risoluzione di una controversia commerciale standard in Italia, con un costo che è pari al 23% del valore della controversia”.  La durata dei procedimenti giudiziari (disposition time) è però in diminuzione: relativamente al 1° grado di giudizio si è passati da 620 a 532 giorni tra il 2010 ed il 2014. Anche il numero dei procedimenti pendenti è in continua diminuzione, passando da circa 5,45 milioni alla fine dell’anno giudiziario 2009-10 a circa 3,8 a fine 2015. Inoltre il clearance rate, che misura la capacità di smaltire i casi sottoposti a giudizio in un determinato intervallo di tempo, è risultato il valore più alto dei 47 Paesi censiti (119%).