La grande finanza vuole contrastare la “svolta a destra” dell’Occidente

Larry Fink si aggira per i corridoi di Davos fra una telefonata e l’altra in attesa del dibattito con Christine Lagarde. La numero uno del Fondo monetario non ama Donald Trump, e fatica a nasconderlo. “Se nel 2017 iniziasse una guerra commerciale, a chi riduce di più le tasse o fa deregulation finanziaria, sarebbe un cigno nero con conseguenze devastanti per tutti”. La Lagarde evoca Nassim Taleb, un ex trader la cui teoria si può riassumere così: una serie di eventi casuali possono renderci impotenti, si legge su “la Stampa“. 

La grande finanza scettica su Donald Trump
 
Fink è uno a cui il nero evoca ben altro: mentre Taleb diventava filosofo, lui fondava Blackrock. Lui su Trump è meno pessimista. Crede che i primi cento giorni saranno “rumorosi, agitati, decisi”, ma anche per questo i mercati gli daranno fiducia. Poiché siede su una montagna di quasi cinquemila miliardi di euro di risparmio gestito (due volte e mezzo il debito italiano) quando parla dei mercati parla soprattutto di sé stesso.  

Lagarde preoccupata da Trump e Le Pen

Fink per ora cerca di vedere il bicchiere mezzo pieno: almeno nel breve termine l’ottimismo di Trump avrà effetti positivi su crescita e consumi. Ma cosa accadrebbe se il dollaro si rivalutasse troppo per effetto della somma di stimoli fiscali e dell’innalzamento dei tassi americani? Quale sarebbe l’impatto sulle esportazioni? Più che evocare cigni, Fink preferisce porre domande. Ad esempio: poiché il debito americano è ormai a tre zeri, chi pagherà il deficit federale promesso da Trump per finanziare le infrastrutture? “Ho sempre pensato che si deve essere gentili con i propri creditori”, scherza Fink. La Cina, ad esempio, numero due della lista e nel mirino dei tweet del neopresidente.