Schiaffo a Renzi dal Consiglio di Stato: bocciata la riforma delle Popolari

Nuovo schiaffo a Matteo Renzi. Il Consiglio di Stato ha bocciato la sua riforma sulle Banche popolari. La questione riguarda la limitazione del diritto di recesso per i soci, prevista dalla circolare Bankitalia sulla trasformazione delle Popolari in Società per Azioni, che presenta «profili di non manifesta infondatezza» di legittimità costituzionale. E, aggiunge il Consiglio di Stato, «appare affetta da vizi derivati nella parte in cui disciplina l’esclusione del diritto al rimborso».

«I provvedimenti impugnati (e la disciplina legislativa sulla cui base sono stati adottati) – sottolineano i magistrati di Palazzo Spada – incidono direttamente su prerogative relative allo status di socio della Banca popolare, così presentando profili di immediata lesività».
Un altolà di non poco conto per la riforma Renzi sulle banche Popolari. E che va ad aggiungersi alla bocciatura da parte della Consulta, una settimana fa, della riforma Madia sulla Pubblica Amministrazione.

Il ricorso partito da alcuni soci delle Popolari
che agiscono contro Banca d’Italia

A fare ricorso al Consiglio di Stato, dopo una precedente decisione del Tar, sono stati alcuni soci che agiscono contro Banca d’Italia e nei confronti di una serie di Banche Popolari al centro del processo di trasformazione in Spa.
Gli appelli proposti sono stati poi riuniti in un unico giudizio di fronte alla VI sezione del Consiglio di Stato, presieduta da Ermanno De Francisco. Ed è arrivata la decisione che stoppa Renzi.

Il nodo della questione posta dai soci che hanno fatto ricorso contro la riforma Renzi sulle Popolari riguarda, in particolare, il diritto di recesso e le relative misure previste nella decreto di riforma. Misure che vengono rinviate al vaglio di legittimità della Corte Costituzionale, e nella circolare della Banca d’Italia dopo la riforma varata dal governo, che viene sospesa.

Brunetta: dopo la Consulta con Marianna Madia
arriva un’altra tranvata per il governo

La norma, il decreto legge 3 del 2015, prevede che una volta che l’assemblea della popolare abbia deciso la trasformazione in Spa, il diritto al rimborso delle azioni al socio che eserciti il recesso non sia «soltanto differito entro limiti temporali predeterminati e con la previsione di un interesse corrispettivo» – come spiega l’ordinanza del Consiglio di Stato – ma possa essere «limitato, anche con la possibilità, quindi, di escluderlo tout court».

Inoltre alla Banca d’Italia si autoattribuisce il potere di disciplinare le modalità di tale esclusione e questo potere viene attribuito «anche in deroga a norme di legge», con «conseguente attribuzione all’Istituto di vigilanza di un potere di delegificazione in bianco, senza la previa e puntuale indicazione, da parte del legislatore, delle norme legislative che possano essere derogate e, altresì, in ambiti verosimilmente coperti da riserva di legge».
Non si fanno attendere le reazioni della politica alla sonora bocciatura rimediata da Matteo Renzi sulla riforma delle Popolari.
«Dopo la Consulta con Marianna Madia altra tranvata per il governo», scrive su Twitter Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati.

Gli M5S: è la legge che tentava disperatamente
di salvare la banca di papà Boschi

«Dopo la bocciatura di un pezzo della riforma della Pubblica amministrazione da parte della Consulta, ecco un altro schiaffo, stavolta dal Consiglio di Stato, al governo che calpesta la tutela costituzionale del risparmio e nel frattempo tenta di ergersi a nuovo padre costituente», rincarano la dose i deputati M5S.
«E’ incostituzionale – spiegano gli eletti Cinquestelle – negare il pieno rimborso delle quote ai soci delle Popolari che non condividessero l’idea di entrare in una Spa e chiedessero il recesso. Stiamo parlando della legge che tentava disperatamente di salvare la banca di papà Boschi e che, quindi, stava molto a cuore all’esecutivo della figlia Maria Elena».
«I magistrati amministrativi – ricordano gli M5S – spiegano che con la riforma si genera un assurdo conflitto di interessi per cui il debitore, ossia la banca in via di trasformazione, può farsi “arbitro” delle sorti del diritto al rimborso della quota vantato dal socio creditore».