Il “no” al referendum e il “nì” al governo rilanciano Berlusconi

Non è la prima volta che il nome di Paolo Gentiloni s’intreccia con quello di Silvio Berlusconi. Il debutto, infatti, risale al 2006 quando al governo arriva Romano Prodi sospinto (si fa per dire) dall’inezia di quei 24mila voti che negarono al Cavaliere il piacere di una trionfale rimonta in cui, purtroppo, nel centrodestra di allora credettero in pochi. Con il Professore a Palazzo Chigi, Gentiloni sbarca al ministero delle Comunicazioni in sostituzione di Mario Landolfi, di An, che aveva a sua volta rimpiazzato il collega di partito Maurizio Gasparri, il padre della legge sul riordino televisivo. E proprio intorno al destino della “Gasparri” che i nomi di Gentiloni e Berlusconi si abbracciarono in un corpo a corpo che si concluse senza vincitori né vinti.

I destini del Cavaliere e Gentiloni tornano ad intrecciarsi dopo 10 anni

A distanza di dieci anni i due si ritrovano ancora avvinghiati come pugili che un po’ si combattono e un po’ si sorreggono l’uno con l’altro. A parti invertite, questa volta. Già, perché, al fondo della questione, se è vero che Gentiloni potrà formare un governo solo per la garanzia di Berlusconi di non mettersi di traverso, è altrettanto vero che solo la nascita del nuovo governo riuscirà a consentire al Cavaliere di condurre felicemente in porto la propria resurrezione politica, già cominciata con la vittoria del “no” al referendum e poi proseguita nell’apprezzabile scarto tra la posizione di Forza Italia rispetto ai suoi alleati in questi giorni di crisi politica. Una crisi che Berlusconi ha colto al volo per recuperare centralità nel panorama politico e per sottolineare a chi parla di primarie nel centrodestra la propria imprescindibilità per tornare elettoralmente competitivi.

Berlusconi punta al proporzionale per restare centrale

Il pezzo che manca alla strategia di Berlusconi è infatti la legge elettorale. Lui non fa mistero di preferirne una a prevalente impianto proporzionale dal momento – ha spiegato – che da quando è emerso Grillo, i poli non sono più due, ma tre. Giusto, ma in questa preferenza c’è anche un “non detto” che negli arcana della politica conta molto di più delle parole esplicitate: E il “non detto” rinvia direttamente a due questioni tra di loro intrecciate: la possibilità di rendere Forza Italia un partner stabile di governi parlamentari, sciolti cioè dal vincolo di alleanze preventive, e quindi di aggirare il tema della leadership di una coalizione che a quel punto sarebbe tale solo di nome. In poche parole, lo scopo di Berlusconi è rendere praticabile per legge (elettorale) un nuovo patto del Nazareno con il leader pro-tempore del Pd. Cosicché lui, come Lazzaro, risorge.