Dalla legge pro-gender all’Istruzione: la ministra Fedeli preoccupa le famiglie

Ai più è sconosciuta. O meglio, lo era prima che diventasse ministro dell’Istruzione del governo Gentiloni. Eppure, Valeria Fedeli, già vicepresidente del Senato, è una delle personalità politiche che più ha fatto parlare e preoccupare gli italiani: fra i disegni di legge che ha presentato da senatrice Pd c’è anche quello per l’«Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università». Avete presente i famosi libri per bambini con rassicuranti animaletti che hanno due papà, due mamme o che girano vestiti con tuba da frack e tacchi a spillo rossi? Ecco, lei è quella che a scuola li vorrebbe far adottare per legge come libri di testo.

«Una dichiarazione di guerra al popolo del Family Day»

Non a caso, all’indomani del giuramento, l’associazione Generazione Famiglia ha parlato della sua nomina come di «una dichiarazione di guerra totale al popolo del Family Day». «La Fedeli è senza dubbio la rappresentante politica che più di chiunque in questi anni si è spesa affinché nelle scuole entrassero e fossero attuate le teorie di genere a cui a fatica abbiamo fatto fronte finora», ha ricordato ancora il portavoce dell’associazione Filippo Savarese, pronosticando che «nei prossimi mesi il diritto di priorità educativa dei genitori sarà più a rischio che mai». 

L’allarme sull’ideologia gender a scuola

Prima ancora che possa mettere piede al ministero, dunque, la Fedeli si annuncia come personalità divisiva. E il suo inverno a viale Trastevere rischia di essere assai più caldo del tiepido autunno appena trascorso: Generazione Famiglia ha già lanciato un appello per una sorta di Family Day permanente o quasi. Inoltre, è facile immaginare che si riaccenda anche l’allarme sociale sul tentativo di introdurre il gender a scuola, che già negli anni scorsi ha prodotto mobilitazioni, raccolte di firme e problemi nelle singole scuole che si erano portate avanti.

Fedeli contro l’«impropria identità costretta»

Per quanto è dato ricostruire, all’ideologia gender il ministro Fedeli approda attraverso il tramite del femminismo: dalle politiche di genere, intese come politiche di uguaglianza dei diritti uomo-donna, a quelle gender, intese come politiche di annullamento delle differenze tra uomo e donna. Il cuore dell’ideologia gender, infatti, è che nascere maschi o femmine è indifferente e che, libero dai condizionamenti sociali, l’individuo può essere a sua scelta l’uno, l’altra o un po’ e un po’. «Il ddl prevede che i piani dell’offerta formativa delle scuole adottino misure e contenuti di conoscenza ed educazione per eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi, tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla impropria “identità costretta” in ruoli già definiti delle persone in base al sesso di appartenenza», si legge sul suo sito, nella pagina di presentazione della legge. 

Perché è stata messa proprio all’Istruzione?

Ora che è ministro, tutto fa ipotizzare che Fedeli voglia portare a compimento questa sua battaglia. Anche perché, fra i disegni di legge di cui è stata prima firmataria, questo risulta essere l’unico che abbia attinenza con il mondo della scuola. Particolare che porta a interrogarsi – e, a pensare male, insospettirsi – sul perché sia stata piazzata proprio lì. Da ex sindacalista, infatti, avrebbe avuto un curriculum più solido per i temi del lavoro o dello sviluppo economico, visto che risulta essersi battuta per arginare gli effetti della globalizzazione sui lavoratori del made in Italy. Da femminista, poi, non avrebbe sorpreso nemmeno in un redivivo ministero delle Pari opportunità, che, tra l’altro, avrebbe lasciato meno interdetti del nuovo ministero dello Sport cucito addosso al fedelissimo renziano Luca Lotti.

«Paracadutata» in Senato al posto del marito

Certo, in quest’ultima posizione avrebbe pagato lo scotto del peccato originale del suo approdo in parlamento, di fatto avvenuto ereditando il posto dal marito Achille Passoni. «Paracadutata», le dissero quando fu indicata lei – bergamasca che aveva vissuto tra Roma e Milano – come capolista del Pd in quella Toscana di cui il marito era senatore uscente. «Lo so e devo dire che ho pensato subito che questo potesse essere un handicap. Però mi piacerebbe che si andasse oltre, con le mie battaglie spero di farmela “perdonare”», fu la sua risposta in un’intervista a Repubblica. Ecco, oggi viene da pensare che forse con un incarico ministeriale di tipo diverso gli italiani gliela avrebbero pure perdonata. Più difficile credere che le perdoneranno un mandato all’Istruzione a vocazione gender