Gianni S. Rossi: la lezione del Msi oggi? La grande destra è possibile oltre la nostalgia

Giornalista, scrittore, un passato da redattore del Secolo e del Giornale d’Italia prima dell’ingresso in Rai, dove ha ricoperto fino a poco tempo fa il ruolo di direttore di Rai Parlamento, Gianni Scipione Rossi è uno di quelli che del Msi potrebbe scrivere la storia, o meglio potrebbe riprendere e portare fino ai giorni nostri una cronaca già impostata nel suo libro Alternativa e doppiopetto. Il MSI dalla contestazione alla Destra nazionale (1992). A suo avviso, la mostra sul Msi non è certo solo un’iniziativa di amarcord. Da quella lontana stagione possono ancora arrivare lezioni alla destra attuale.

Quale fase della vita del Msi può rappresentare oggi un esempio da seguire per le destre italiane?

Non si tratta di una sola fase. Voglio pensare agli anni Cinquanta, quando il ricordo della guerra era ancora vivissimo. Eppure missini e monarchici seppero superare comprensibili e reciproche recriminazioni per presentarsi alleati nelle elezioni amministrative. Ma nel decennio successivo il segretario missino Michelini lanciò la prospettiva di una “grande destra” che si scontrò contro l’indisponibilità – un po’ miope – del leader liberale Malagodi. Poi la segreteria Almirante. Il nuovo segretario – in un momento delicato, segnato dalle difficoltà del centrosinistra e dall’esaurimento del miracolo economico – prima propose la creazione di un Fronte anticomunista, poi la Destra Nazionale, poi ancora la Costituente di Destra. Non sempre funzionò, ma a quel punto si era entrati nei cosiddetti anni di piombo. Ne derivò l’ingenua e inattuale scissione di Democrazia Nazionale. Tuttavia sono passaggi che dimostrano quanto la prospettiva missina non fosse quella di coltivare la nostalgia, ma al contrario di costruire una alternativa moderata alle sinistre, consapevole che la centralità democristiana – come i fatti hanno dimostrato – non sarebbe durata in eterno, anche e soprattutto a causa delle contraddizioni insite nella natura plurale di quel partito. In fondo, lo scioglimento del Msi in Alleanza Nazionale non fu che il compimento di un obiettivo perseguito, non sempre in modo lineare, per alcuni decenni. Oggi il bipolarismo sembra in crisi. Ma in realtà è – con le articolazioni più varie – l’unica formula politica per garantire il funzionamento di un sistema democratico.

Tra i tanti personaggi influenti del Msi ce ne sono alcuni dimenticati come Ernesto Massi, cui tu hai dedicato un libro. È un nome che merita l’oblio o va recuperato?

Perché mai dovrebbe essere dimenticato Ernesto Massi? Perché inattuale? Si rileggano piuttosto le sue analisi geo-economiche e geo-politiche, anche solo per capire quale fosse la profondità del suo pensiero. E la sua intelligenza politica. Reduce dalla guerra, quando nel Msi delle origini la discussione sull’adesione dell’Italia al Patto Atlantico divideva gli animi, seppe dire parole chiare: “ciascuno mette in regola la sua posizione militare, se dovesse servire dobbiamo essere pronti”. La prospettiva era una e una sola, quella dell’Occidente. Non seppe essere un leader politico, e in questo senso è forse inutile tentare di recuperare un messaggio molto datato. Ma Massi era soprattutto un grande professore. Da recuperare semmai c’è la sua vocazione a intendere la politica in maniera non superficiale, con le battute di giornata.

Qual è stato il ruolo del Secolo d’Italia nei 70 anni di vita del Msi?

A che cosa servivano i giornali di partito prima di internet? A dare la linea, politica e culturale, a serrare le fila, a far sentire i militanti una comunità. Non servivano a questo “Il Popolo”, l’”Avanti!”, l’”Unità”, “La Voce Repubblicana”, “L’Umanità”? Nei quotidiani d’informazione i pastoni politici si facevano sulla base degli editoriali dei giornali di partito anticipati dalle agenzie, mica sui Tweet. Anche il “Secolo” ebbe questa funzione. Forse addirittura più importante degli altri per la scarsa attenzione dei media alle posizioni del Msi. Per una sezione periferica avere la possibilità di utilizzare il “Secolo” come giornale murale era fondamentale. Poi, come gli altri, il “Secolo” è stato anche strumento di lotta politica interna. Gestirlo per la maggioranza significava poter veicolare la propria strategia. Va detto che i missini, dopo la fase dei settimanali come “Rivolta Ideale” o “Rosso e Nero”, per fare solo due esempi, crearono un quotidiano già per la battaglia elettorale del 1948. Fu l’”Ordine Sociale”, non il “Secolo” il primo giornale missino. “Il Secolo” nasce in realtà – finanziato da Franz Turchi – come quotidiano indipendente della minoranza. Gli si contrappose, diretto da Pino Romualdi, “Il Popolo Italiano” come quotidiano ufficiale. Poi, con Michelini, Il “Secolo” diventa la voce del Msi.

Come fare in modo che la Mostra non si riduca a museificare la storia di un partito ma la trasformi in eredità ancora spendibile politicamente?

Mah, Marinetti voleva chiudere i musei, ma per la mostra sul Futurismo al Guggenheim di New York l’anno scorso ho dovuto fare la fila. La mostre – come i musei – sono sempre una testimonianza del passato. I loro contenuti sono spendibili culturalmente o politicamente? Non lo so. So però che una mostra è uno strumento di conoscenza per chi non c’era. Mi sembra più importante dell’inevitabile effetto nostalgia per chi c’era. In fondo la mostra organizzata dalla Fondazione Alleanza Nazionale è politica, ma anche cultura e costume. Rappresenta un pezzo importante dell’Italia che fu. Sarebbe interessante immaginare una mostra itinerante sui partiti politici nel loro complesso. Per dire, quando Saragat fondò il Psdi scrisse un pezzo di storia. È triste pensare che i ventenni di oggi non ne sappiano nulla, salvo forse che è stato presidente della Repubblica. Per quanto riguarda il Msi, la mostra può far ricordare l’elemento forse essenziale della sua nascita: consentì agli ex fascisti – non solo aderenti alla Rsi – di entrare nella dialettica di un sistema democratico e di partecipare alla vita politica e civile del Paese. Non era scontato. Quasi un miracolo laico.