Samhain, capodanno per gli antichi Celti. E il rito “mutuato” di Halloween

“In Irlanda, il mondo dei morti non è tanto distante da quello dei vivi. Essi sono a volte così prossimi che le cose del mondo paiono soltanto ombre dell’aldilà” (William B. Yeats)

Era bella come il sole, Caitlin. La tipica bellezza che a venti anni esplode verso il massimo splendore, in lei sublimata dalla marcata personalità e dalla militanza nell’Irish Republican Army, che la facevano apparire ben più adulta, sia pure senza intaccarne la fisicità. Pioveva a dirotto, a Belfast, quel 30 ottobre del 1978. Cenavamo in un ristorantino non lontano dal muro nei pressi di Falls Road, che separa la zona cattolica da quella protestante. (Li chiamano “peace lines”, i muri di Belfast, ma muri restano). Era la mia prima volta a Belfast e mi batteva forte il cuore per essere insieme con una giovane donna, combattente per la libertà del suo popolo, appartenente alla più importante Brigata dell’Ira, quella nella quale militava Bobby Sands. L’avevo conosciuta nell’estate dello stesso anno, a Roma, e ci eravamo scritti e telefonati spesso, dopo il suo rientro. Ben volentieri, ovviamente, accettai l’invito a trascorrere qualche giorno da lei, in occasione della Festività del Samhain. Lei era rimasta affascinata dalla mia passione per il mondo “celtico” e per il sostegno ideale alla causa indipendentista: elementi che senz’altro contribuirono a facilitare un approccio che sfociò subito in qualcosa di più intimo. Nei giorni trascorsi insieme a Belfast parlammo di tante cose e mi fu possibile decantare in modo più che esaustivo concetti e pensieri “appassionatamente” studiati su libri e riviste (è appena il caso di ricordare che, in quel periodo, non esisteva Internet). In questo articolo non parlerò dei “troubles”, ma solo della sua lezione sulle festività celtiche, in particolare quella di Samhain.  Abitava in un piccolo appartamento non lontano dall’orto botanico e dalla Queen’s University, dove frequentava la facoltà di Biologia. La sua famiglia viveva a Feeny, un piccolo centro distante una novantina di chilometri a Nord-Ovest, nei pressi della mitica “Derry”, altra città simbolo nel sanguinoso periodo dei troubles. Mi disse quanto sarebbe stato bello, quella sera, recarsi sulla collina di Tara (nell’Irlanda indipendente, non lontano da Dublino) dove si celebra il più rinomato festival dedicato all’antico rito celtico. “Parlami di Samhain” le dissi, sorridendo, mentre mi accingevo a mettere in funzione il portentoso “Akai”,  munito di un nastro di circa di tre ore, pieno di brani musicali dei Dubliners e Chieftains, che attivai a basso volume. Attese che ritornassi sul divano, si sdraiò appoggiando la testa sulle mie gambe e iniziò a parlare, conducendomi, lentamente, in un magico mondo le cui radici si perdono nella notte dei tempi.

Samhain, capodanno per gli antichi Celti, celebra la fine dell’estate e l’inizio di un periodo di letargo che culminerà con il “risveglio” nella primavera successiva, quando i semi si trasformeranno in piante. Anche l’anima dell’uomo si rinnova, a partire dalla notte a cavallo dal 31 ottobre al primo novembre, spalancando le porte dell’aldilà e rendendo possibile ogni incontro, in un contesto che fonde elementi simbolici alla magia degli elementi, privi di ogni barriera: i morti possono venire di qua; i vivi possono andare di là. Un interscambio continuo in una notte che segna lo spartiacque tra due mondi, indissolubilmente legati. La morte viene esorcizzata gioiosamente con danze e fuochi che bruciano fino all’alba sulle colline sacre agli Dei, perché ogni fine è un nuovo inizio e ogni inizio è una nuova fine. Birra e idromele scorrono a fiumi dopo l’accensione dei fuochi da parte dei Druidi, che in tal modo danno il via ai banchetti. Si balla fino allo stordimento intorno ai roghi, che indicano anche la strada del ritorno alle anime smarritesi in quel ginepraio festoso,  dovendo esse irrimediabilmente rientrare dall’altra parte entro l’alba. Al sorgere del sole ciascuno è al suo posto e i “vivi” rientrano nelle loro dimore portando una torcia accesa da uno dei falò. Un fuoco sacro utilizzato per rendere omaggio ai cari trapassati, perpetuando l’antico rito che vedeva i Celti custodire le ossa dei loro cari, ritenendo che ciò consentisse loro una sorta di “benefico legame”.

Chissà dove sarà ora Caitlin e se vi è andata, poi, sulle sacre colline di Tara. Io vi sono stato, molti anni dopo quella vacanza a Belfast, e non dimenticherò mai cosa significhi respirare un’aria antica, rimasta incontaminata, che ti consente un reale viaggio a ritroso nel tempo. Questa sera milioni di persone, in tutto il mondo, si divertiranno in modo malsano, ubriacandosi fino a farsi male, scimmiottando una trasposizione grottesca di un antico rito, mutuato dagli Usa con il nome di “Halloween”.

Si stordiranno in gruppi, nei vari locali che sfruttano commercialmente l’evento mediatico. Il periodo che inizia con Samhain, però, è un periodo di riflessione, che dovrebbe consentire a ciascuno di iniziare un viaggio con se stesso, lasciandosi alle spalle gli inutili fardelli per coltivare il nuovo seme da cui nascerà la pianta a primavera. Una sorta di rigenerazione spirituale che nulla ha a che vedere con dolcetti e scherzetti o altre amenità concepite ad arte per trasformare ludicamente ciò che appartiene all’intimo umano e quindi alla sacralità dell’essere.

L’invito che va rivolto ai giovani, pertanto, è quello di recuperare la vera essenza della festività e di tuffarsi nello studio di tutto ciò che essa rappresenta per lo “spirito”, insieme con le altre tre grandi festività che segnano le stagioni dell’anno: Imbolc, Beltane, Luganasad. Riscoprire le radici più lontane della nostra bella Europa vuol dire legarsi di più a essa. Non serve “Halloween” per divertirsi e chi si ubriaca è solo scemo, quale che sia il contesto in cui lo fa.

Parafrasando Rudolf Steiner, pertanto, l’invito che rivolgo ai giovani, per questa sera, è di “ritrovarsi con se stessi” in una sorta di catartica palingenesi scevra di ogni contaminazione festaiola. E per l’invito utilizzo proprio i suoi versi, tratti dal “Calendario dell’anima”.

“Nella luce solare dell’anima

germogliano i maturi frutti del pensiero.

Ogni sentimento si trasforma

in sicura conoscenza di sé.

Gioiosamente mi è dato di sentire

l’autunnale destarsi dello spirito!

L’inverno desterà in me l’estate dell’anima.

Solarmente dalle profondità dello spirito

anela all’esterno la luce.

Diviene forza di volontà della vita

e splende nella opacità sensoria

per svincolarne forze che,

dagli impulsi dell’anima,

facciano maturare

le potenze creatrici

dell’umana opera”

Se anche una sola persona, leggendo questo articolo, dovesse trovare lo stimolo per approfondire gli “spunti” in esso contenuto e rinunciare all’insulsa carnevalata serale, l’umile cavaliere errante che lo ha redatto non l’avrà scritto invano e di questo sarà felice.